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Mag 06

“L’Italia cammina, ma non corre”. Le previsioni di primavera di Bruxelles

ECONOMIA/EUROPA
Fonte: La Stampa
euro

Il responsabile dell’Economia Siim Kallas: “Il recente taglio del cuneo fiscale ha effetti largamente neutri sulla crescita nel breve termine,

ma potrebbe averne nel lungo, a patto che il suo finanziamento sia realizzato attraverso una razionalizzazione e un miglioramento della spesa pubblica”. Il vero allarme è la disoccupazione

La Commissione europea non cambia le stime per la crescita “esitante” dell’economia italiana e conferma i suoi numeri inferiori a quelli previsti dal governo. Dice che il pil bianco-rosso-verde nel 2014 salirà solo dello 0,6 per cento, meno del già rivisto al ribasso 0,8 per cento indicato nel Def dal Tesoro; per il 2015 suggerisce un +1,2 per cento, marginalmente inferiore al calcolo di Roma (1,3). In sostanza, nel suo rapporto di primavera, Bruxelles ribadisce che l’azienda Italia avanza ma non ha ancora ripreso la corsa, ed è uno dei quattro paesi dell’Unione che, a fine anno, avrà uno sviluppo congiunturale inferiore all’1 per cento. Le conseguenze si vedono sull’occupazione che conferma lo scenario allarmante e sale – anche se auspicabilmente tocca il suo picco – mentre nell’Ue scende (da noi 12,8 quest’anno contro una media Eurozona dell’11,8) . Blando conforto dai dati sulla finanza pubblica: l’esecutivo comunitario crede che nel 2014 il deficit sarà al 2,6 per cento come promesso da via XX settembre, però non riconosce i numeri del 2015 (2,2 contro 1,8). Peggio per il debito: 135 per cento del pil contro 134,9 a dicembre; 133,9 contro 133,3 nel 2015. Entrambe le cifre sono state aumentate rispetto al bollettino d’inverno. Segno che l’Unione è ancora preoccupata per l’equilibrio dei nostri conti pubblici.

STRADA IN SALITA 

In sintesi, è questo il checkup economico dell’Italia, solite ombre (tante) e luci (un po’ più del solito). C’è però un elemento di incertezza, e magari di speranza, legato al fatto che la Commissione – nello scodellare il suo Rapporto previsionale di primavera – sottolinea che “l’annunciata riduzione di imposta per i redditi più bassi e i risultati della spending review non sono incorporate nei dati 2015 visto che sinora i dettagli non sono stati pienamente specificati”. Le cose potrebbero insomma cambiare: in meglio se Bruxelles riconoscerà il valore di beneficio strutturale delle misure; in peggio, se giudicherà che il peso sui conti pubblici (causa coperture che quassù non sono state ancora ben comprese) potrebbe avere ripercussioni negative sul bilancio. L’Italia è al lavoro, si deduce dalle due pagine che Bruxelles dedica al nostro paese. La strada del recupero competitivo e della riduzione del divario nei confronti delle principali economie continentali è tuttavia ancora lunga e difficile. Anche perché secondo il responsabile pro tempore per l’Economia, Siim Kallas (Olli Rehn è in campagna elettorale) “il recente taglio del cuneo fiscale ha effetti largamente neutri sulla crescita nel breve termine, ma potrebbe averne nel lungo, a patto che il suo finanziamento sia realizzato attraverso una razionalizzazione e un miglioramento della spesa pubblica”.

INFLAZIONE AI MINIMI 

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Pàdoan, ha annunciato che fra oggi e domani – nelle riunioni dei responsabili ecofinanziari dell’Ue – cercherà di convincere tutti, a partire dalla Commissione, che l’Italia ha imboccato il giusto cammino del rilancio e delle riforme. “Una lenta ripresa guidata dalla domanda esterna è prevista nel 2014 – gli dice Kallas -. Con le condizioni di accesso al credito destinate a essere più leggere, dovrebbe esserci un rafforzamento nel 2015”. L’inflazione toccherà quest’anno il suo minimo storico (0,9 per cento) – grazie al calo del costo del lavoro e dei prezzi energetici – per risalire nel 2015 (1,3). I rischi di ribasso, precisa il bollettino a dodici stelle, “potrebbero originare da un ulteriore apprezzamento dell’euro e da tensioni geopolitiche che potrebbero danneggiare un rilancio legato all’export”

EMERGENZA DISOCCUPAZIONE

La vera croce è l’occupazione, vittima delle carenze di competitività e strutturali. Nel 2014 resterà a casa un numero più alto di persone, anche se la statistiche – spiega Bruxelles – è in qualche misura falsata dal ritorno sul mercato di lavoratori sfiduciati in cerca di opportunità nuove stimolate dalla ripresina. I dati del 2014 e 2015 sono gli stessi indicati dal governo, lontano dal 5,1 per cento tedesco e in controtendenza persino rispetto alla Grecia (che lentamente sembra aver cominciato a curare il suo dramma) e Spagna. L’Italia risulta così essere uno dei sei paesi sui diciotto dell’Eurozona che a dicembre avrà un tasso di disoccupazione più alto rispetto a dodici mesi prima (gli altri sono Belgio, Francia, Cipro, Olanda, Finlandia).

I CONTI PUBBLICI

Tutto ciò si riflette sui conti pubblici, anche alla luce dell’ambizioso pacchetto di riforme annunciato dal governo Renzi, i cui effetti e costi richiedono per Bruxelles ancora qualche settimana di studio (le raccomandazioni saranno varate il 2 giugno dal redivivo Rehn). Nel 2013 il deficit si è assestato al 3 per cento del pil. “La spesa primaria (al netto dei servizio del debito, ndr) è cresciuta marginalmente dello 0,3 per cento su base annua tirata da una maggiore spesa corrente, mentre la spesa in conto capitale è caduta in modo significativi nonostante l’aggiustamento lungamente atteso del debito commerciale (delle imprese)”. Le entrate “sono diminuiti in linea con il pil, soprattutto per colpa del calo dell’Iva, dei redditi e della tassa sulla proprietà (l’Imu)”.

DEFICIT E PIL

Nel 2014, elabora la Commissione, il deficit scenderà al 2,6 per cento del pil. L’avanzo primario salirà pure al 2,6 per cento, in linea con le previsioni del governo. Un aumento “moderato” della spesa primaria sarà portato dai trasferimenti sociali. “La pressione fiscale dovrebbero calare di 0,2 punti percentuali del pil, soprattutto per merito del taglio del cuneo fiscale, anche se il risultato è mitigato dalle nuove tasse varate per finanziarlo”. Nel 2015, il deficit andrà al 2,2 per cento e l’avanzo primario salirà al 2,9 per cento, “soprattutto grazie alla crescita”. Questi due numeri sono importanti. Vuol dire che, mantenendosi stabilmente sotto il limite del 3 per cento del pil col disavanzo, l’Italia ha qualche chance di negoziare migliori condizioni per il rientro del debito, dunque maggiori margini di spesa a sostegno dell’economia. La partita si gioca di qui all’autunno.

IL DEBITO

In una situazione di politiche invariate, Bruxelles conclude dicendo che “il saldo strutturale resterà negativo nel 2015 (-0,7 per cento del pil). Il debito continuerà ad aumentare, però il 2014 dovrebbe essere l’anno del massimo storico, 135,2 per cento del pil, due punti oltre le previsioni del governo. Di qui partirà l’analisi dello squilibrio macroeconomico eccessivo che l’Ue giudica caratterizzare l’Italia, proprio per il combinato disposto di debito stellare e parecchio crescita sotto la media. Il ministro Pàdoan e il premier Renzi dovranno convincere l’Ue che lo spesso pacchetto della svolta cambia davvero il verso dell’economia italica. Ci sarebbero meno marchi di squilibrio e più margini. Compito durissimo. Non impossibile, però, assicurano più osservatori europei.

IL RESTO D’EUROPA

In breve il resto del continente. “Ci sono segnali genuini di una ripresa più duratura”, scrive la Commissione. Le previsioni economiche non sono molto cambiate rispetto a gennaio, la Germania si ripropone come locomotiva (pil + 1, 8 nel 2014 e + 2 nel 2015). La Francia arranca ma va meglio dell’Italia (+1; +1,5), per il deficit sul pil resta a un passo dal 4 per cento e non sarà in regola neanche nel 2015. La disoccupazione sta calando ma resta sopra il 10 per cento nella media. Nell’Eurozona l’inflazione sarà a 0,8 nel 2014 e salirà a 1,2 nel 2015. Il rischio deflazione, almeno nel contesto generale dovrebbe essere scongiurato. Riassume Siim Kallas. “la ripresa sta prendendo piedi, ma l’esperienza mostra che è importante abbracciare le riforme strutturali e insistere su questa strada. Con questo spirito, non dobbiamo diminuire i nostri sforzi per creare posti di lavoro e rafforzare il potenziale di crescita”.

 

 

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