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Lug 18

L’illusione chiamata Brexit

Fonte: Corriere della Sera

di Luigi Ippolito

Il sogno di un’uscita indolore dall’Europa si è rivelato un incubo per la Gran Bretagna


La Brexit è finita su un binario morto.A più di due anni dal referendum in cui è prevalsa la volontà di uscire dall’Unione europea, la Gran Bretagna è in preda a una crisi politica ed esistenziale che non le consente di arrivare a un divorzio sereno e ordinato dalla Ue. Per cui a questo punto i due scenari più probabili diventano quelli più estremi: no deal o no Brexit. Ossia una uscita catastrofica dall’Unione, senza nessun accordo legale a fare da ammortizzatore, con conseguenze pesantissime sull’economia britannica ma anche su quella continentale; oppure una marcia indietro su tutta la linea, sconfessando la volontà popolare e aprendo così la strada a scenari interni destabilizzanti. Ma come si è arrivati a questa impasse? Il problema è che il governo di Theresa May ha avviato la procedura di uscita dall’Unione senza aver ben chiaro il punto di arrivo: cioè senza aver risolto il dilemma di fondo fra una soft a una hard Brexit, come dicono a Londra, ossia fra un distacco morbido e uno netto. I sostenitori della prima variante propongono di mantenere uno stretto allineamento con l’Europa, in modo da tutelare l’economia, i secondi propugnano una piena autonomia per fare della Gran Bretagna una potenza globale libera dalle pastoie continentali. Dopo due anni di infruttuosi dibattiti (e di negoziati inconcludenti con Bruxelles) Theresa May ha formulato una proposta di compromesso: un accordo di associazione con la Ue che consenta di partecipare a settori del mercato unico, mantenere una forma di cooperazione doganale e lasciare spazio a una parziale libertà di circolazione delle persone.
Una Brexit di fatto molto morbida, pensata per attutirne le conseguenze pur rispettando il risultato del referendum del 2016: ma che ha provocato la rivolta degli euroscettici più convinti, che hanno gridato al tradimento, con le conseguenti dimissioni di due ministri di peso, Boris Johnson e David Davis. E va notato che anche esponenti del fronte filo-europeo, come Peter Mandelson, uomo vicinissimo a Tony Blair, hanno definito la soluzione della premier come il peggiore dei mondi possibili, che perpetua gli svantaggi dell’appartenenza all’Europa dopo averne perso i benefici. Ma soprattutto, come si è visto negli ultimi due giorni, Theresa May non ha i numeri in Parlamento per imporre la sua proposta. La fazione euroscettica dei conservatori è in grado di agire come minoranza di blocco, anche se a Westminster non c’è una maggioranza per far passare una hard Brexit. La Gran Bretagna è in un vicolo cieco da cui non sa come uscire. E dunque si riaffaccia l’ipotesi di un secondo referendum: e più il governo la esclude, più se ne parla. Ma sarebbe un esito pericoloso: perché finirebbe per esacerbare una divisione del Paese che negli ultimi due anni si è solo approfondita. E non metterebbe la parola fine alla querelle.
La verità è che la Brexit ha finito per lacerare il tessuto costituzionale e democratico della Gran Bretagna: la maggioranza dei deputati non crede veramente nell’uscita dalla Ue e dunque il Parlamento, cui a Londra spetta in ultima istanza la sovranità, è chiamato ad attuare una politica sancita da un plebiscito, pena l’accusa di tradire la democrazia. Un corto circuito che ha messo in scacco il Paese culla delle istituzioni liberali e della rule of law, che per secoli è stato di esempio alle nazioni che si riconoscono in quella tradizione. La lezione della Brexit è che non ci sono scorciatoie, quando è in gioco una relazione così profonda e complessa come quella con l’Europa. I fautori del divorzio dall’Unione Europea avevano venduto facili slogan: la ripresa del controllo sulle leggi, i soldi e le frontiere. E contrabbandato promesse mendaci, come i 350 milioni in più ogni settimana per il servizio sanitario nazionale. Era stata la prima manifestazione del sovranismo che ha dilagato nel Continente: ma in un mondo interdipendente gli slogan hanno vita breve. L’illusione della Brexit si è infranta contro la realtà: tanto che si affaccia la tentazione della marcia indietro. Perché il sogno di un’uscita indolore dall’Europa si è rivelato un incubo dal quale la Gran Bretagna non sa come svegliarsi.

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