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Set 04

Libia, allarme profughi e piano sugli sbarchi a rischio. La Guardia costiera così non può operare

Fonte: Corriere della Sera

Impossibile per le motovedette rifornirsi in Libia. Si teme che i trafficanti tornino a intensificare le partenze. Si parla di 50mila persone in attesa di salpare


Adesso il rischio forte è che possa saltare l’intesa sui flussi migratori. L’accordo siglato dal governo Gentiloni è stato di fatto rinnovato dopo l’arrivo a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte con la decisione di inviare a Tripoli le motovedette destinate alla Guardia Costiera locale. Ma la guerra civile per ora ha messo all’angolo il capo del governo libico Fayez Sarraj e la situazione appare ormai fuori controllo, anche perché sono saltati i presìdi che consentivano il pattugliamento della costa e le vie di accesso al mare.

Il ruolo di Haftar
Diplomazia e intelligence stanno cercando nuovi interlocutori nel timore che i trafficanti tornino a intensificare le partenze. E in questo quadro anche il generale Khalifa Haftar potrebbe avere interesse a indebolire l’Italia — che finora ha platealmente evitato di aprire con lui qualsiasi tipo di negoziato — appoggiando quelle milizie che collaborano con le organizzazioni criminali. Le notizie giunte dalla Libia nelle scorse settimane parlavano di almeno 50mila migranti in attesa di salpare e ciò basta a rendere fin troppo chiaro che cosa potrebbe accadere se non si riuscirà a fermare lo scontro tra le varie fazioni. Anche tenendo conto che dai centri di detenzione sono fuggite centinaia di persone e nessuno al momento è in grado di sapere se tra loro possano esserci pure fondamentalisti islamici.

Le motovedette
Il dispositivo di sicurezza è saltato e questo — come viene sottolineato dagli analisti — potrebbe impedire agli ufficiali della Guardia costiera di fare rifornimento di carburante e dunque salpare per effettuare i controlli in mare. Senza contare che gli stessi militari, finora in maggioranza fedeli a Sarraj, potrebbero decidere di inseguire interessi diversi. L’ultima crisi libica, nel giugno 2017, causò l’arrivo in Italia di 12 mila e 500 migranti in 36 ore su 25 navi diverse. Alla guida del Viminale c’era il ministro Marco Minniti che decise di siglare patti con i sindaci delle varie città libiche e varare il codice di comportamento per le Ong. Ora la situazione è radicalmente mutata, le Ong sono fuori dal Mediterraneo e Salvini continua a dichiarare che a nessuna imbarcazione sarà consentito di approdare. Ma la possibilità che ci siano arrivi di massa è concreta, dunque è con questo che l’Italia potrebbe trovarsi a fare i conti, in una situazione di isolamento rispetto agli altri Stati europei che — come è accaduto nel caso della Diciotti — hanno rifiutato la distribuzione dei profughi costringendo Palazzo Chigi ad appellarsi ad Albania e Irlanda prima che la Santa Sede decidesse poi di accogliere 100 stranieri. E nella consapevolezza che non potrà esserci alcun rientro visto che, ora più che mai, la Libia non può essere considerata «porto sicuro».

I diplomatici
L’ambasciatore Giuseppe Perrone sta gestendo la situazione da Roma — dove era arrivato da qualche giorno — visto che l’aeroporto di Tripoli non è agibile e dunque non può rientrare. Ma la sede diplomatica rimane aperta, sia pur con personale ridotto, così come le aziende italiane che operano in Libia. Si è deciso di «alleggerire» le presenze in alcune sedi, come viene specificato alla Farnesina, ma senza prevedere l’evacuazione del personale. Anche l’Eni ha fatto sapere che «l’attività procede regolarmente» e in questo modo ha voluto rassicurare chi ha ipotizzato che potesse esserci un arretramento, soprattutto in un momento di massima tensione tra Italia e Francia che riguarda proprio gli interessi economici in quell’area.

I militari italiani
Rimane da decidere il destino dei circa 300 militari dell’esercito italiano che si trovano a Misurata dove hanno allestito l’ospedale da campo che da settimane appare ormai inutilizzato e i 100 uomini della Marina Militare che si trovano a Tripoli. Per questo non è escluso che a breve vengano convocate le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato proprio per disegnare il percorso da seguire.

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