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Gen 14

L’enigma Donald Trump condiziona le elezioni USA

Fonte: Corriere della Sera

di Ian Bremmer

Il presidente americano Donald Trump è in carica da tre anni e in questo lasso di tempo è riuscito a sovvertire ogni regola politica, tanto in patria quanto all’estero


Il presidente americano Donald Trump è in carica da tre anni e in questo lasso di tempo è riuscito a sovvertire ogni regola politica, tanto in patria quanto all’estero; ha rinfocolato le divisioni interne statunitensi, abbandonando il vecchio slogan di «destra contro sinistra» a favore di «noi contro loro»; e ha riscritto le regole della comunicazione presidenziale, a forza di tweet. Eppure la repubblica sopravvive, a testimonianza della resistenza e solidità della democrazia americana e delle sue istituzioni. Ma il peggio deve ancora venire.
Nel panorama politico americano dei prossimi dodici mesi, tuttavia, si possono già dare per scontate le seguenti tappe. Uno: il senato americano accoglierà il processo di incriminazione contro Donald Trump; due: Trump verrà sicuramente scagionato dalla maggioranza repubblicana presente in senato. La vera incognita è che cosa accadrà dopo. È lecito affermare che quasi tutte le strade conducono a una serratissima campagna elettorale 2020, che quasi la metà della popolazione americana considererà illegittima, a prescindere dal vincitore. Proprio per questo motivo gli analisti di Eurasia Group hanno scelto il titolo «Chi governa gli Stati Uniti? Elezioni truccate!» per denunciare il più grave rischio geopolitico del 2020.
Per i democratici e i loro sostenitori, il proscioglimento di Trump da parte del senato americano sarà basato su calcoli politici piuttosto che su dati inconfutabili, e di conseguenza una vittoria elettorale di Trump dopo il processo sarà immancabilmente offuscata da questa falsa assoluzione. Cosa ancor più preoccupante per gli avversari politici, un Trump trionfante vedrà nella sua assoluzione da parte del senato la prova concreta e definitiva che le regole tradizionali della politica statunitense non lo riguardano affatto, e si comporterà di conseguenza. Con ogni probabilità, il presidente accoglierà di buon occhio tutte le interferenze straniere favorevoli alla sua rielezione.
Allo stato attuale, sia la Casa Bianca che il senato a maggioranza repubblicana non hanno dimostrato molto zelo nel mettere in campo le difese americane contro le ingerenze straniere in campagna elettorale, alimentando così le critiche da parte dell’opposizione. Se Trump dovesse vincere le elezioni di novembre, i suoi avversari politici considereranno infamante non solo la sua permanenza a capo dello stato, ma anche, e soprattutto, il processo elettorale delegittimato che avrà portato alla sua rielezione.
Non c’è peraltro garanzia che Trump riuscirà ad aggiudicarsi un secondo mandato, anche se prosciolto dalle accuse che gravano su di lui. Dopo tutto, Trump resta il presidente americano il cui tasso di approvazione tra gli elettori non ha mai superato il 50 percento. E se dovesse perdere le elezioni del 2020, è possibile (addirittura altamente probabile, secondo alcuni) che Trump si ribellerà e accuserà quelle stesse potenze straniere — denunciate dai suoi oppositori — di ingerenze indebite e causa del suo insuccesso. Si teme inoltre che Trump non sarà disposto ad ammettere la sconfitta, gettando altro discredito sulla legittimità del processo elettorale americano.
Tutto questo significa che con molta probabilità le prossime elezioni presidenziali americane saranno decise dalla Corte suprema, un’istituzione che si è sempre più politicizzata negli ultimi anni, e in un momento storico in cui il numero di americani che affermano di nutrire «molta/abbastanza» fiducia nella Corte suprema è sceso al 38 percento, rispetto al 47 percento del 2000. E a differenza del 2000 — l’ultima volta in cui la Corte suprema è stata chiamata a dirimere una questione di vittoria presidenziale — oggi è assai improbabile che i perdenti siano disposti ad accettare dignitosamente la sconfitta in nome della democrazia americana, specie dopo aver passato mesi e mesi in campagna elettorale ad accusare gli avversari politici di rappresentare una minaccia esistenziale al sistema politico statunitense.
Con tutto questo non vogliamo sostenere che il 2020 sarà l’anno del fallimento della democrazia americana, perché ciò non accadrà. Gli Stati Uniti hanno impiegato secoli per costruire la loro identità democratica e le istituzioni appositamente fondate per proteggere quell’identità restano saldamente in piedi. Ma in mancanza di una vittoria presidenziale schiacciante (come non si vede ormai da diverse generazioni), e considerando il reiterarsi del ciclo di impeachment/elezioni/ricorsi alla Corte suprema, è comprensibile come una parte consistente della popolazione americana sia già pronta a ritenere «truccate» le elezioni del 2020.
Se questo non promette nulla di buono per gli americani, immaginiamo l’effetto per il resto del mondo, quando il caos americano si riverserà in ambito internazionale. Gli alleati innervositi avranno come interlocutore il presidente americano più debole dai tempi di Richard Nixon alle prese con il Watergate. E se pensate che gli alleati ne abbiano già avuto abbastanza di far dipendere il loro destino dagli Stati Uniti, vedrete che cosa accadrà l’anno prossimo.

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