Le scelte di Letta: identità Pd e legge elettorale maggioritaria

Fonte: Corriere della Sera

di Paolo Mieli

Bene ma non possiamo dimenticare che l’intero partito,eccezion fatta per alcune personalità d’area quali Romano Prodi, Walter Veltroni, Arturo Parisi, fino a dieci giorni fa la pensasse all’opposto. Ora faccia chiarezza

In una sola settimana — tanto è trascorso da quando è stato eletto segretario del Pd — Enrico Letta è riuscito a fare cose che sembravano impossibili. Ha ridisegnato l’intero assetto di vertice mettendo le donne in condizioni di parità e — se deputati e senatori lo consentiranno — su indicazione di Letta sarà femminile anche la guida di entrambi i gruppi parlamentari. Ma soprattutto, polemizzando con Matteo Salvini, il nuovo segretario ha schierato il partito in difesa di Mario Draghi e contro la Lega (alla quale per l’occasione si era associato il M5S) rea di aver «tenuto in ostaggio» il Consiglio dei ministri. Con questo passo ha compiuto una doppia operazione politica. In primo luogo ha tirato fuori il Pd da quel malcelato senso di nostalgia per l’era del governo Conte manifestatasi in qualche caso come risentimento per le modalità di nascita del nuovo esecutivo. In più, approfittando delle incertezze dei Cinque Stelle, è riuscito ad assegnare al proprio partito la leadership dell’intera sinistra che — in una logica bipolare — dovrà, un giorno, confrontarsi elettoralmente con la destra. Matteo Salvini ha raccolto il guanto di sfida e ha approfittato dell’occasione per riprendersi il ruolo di leader dello schieramento opposto.
Adesso per il Pd si rendono necessari passi altrettanto decisi per mettere meglio a fuoco la propria identità. Chissà se è da prendere in parola Letta quando ha proposto un ritorno al «mattarellum» o a qualcosa di simile. Per chi, come noi, ha mantenuto ferma l’opzione a favore del maggioritario, è stata, quella di Letta, una gradita sorpresa. Intendiamoci: l’esperienza ha dimostrato che neanche il sistema maggioritario, se non è irrobustito da regole parlamentari che scoraggino eventuali trasgressori dei patti di coalizione, è in grado di garantire stabilità ad un’intera legislatura. Ma quello vagheggiato dal nuovo segretario del Pd, ci appare pur sempre migliore dei sistemi proporzionali destinati a provocare un’interminabile fibrillazione del Parlamento, nonché a produrre maggioranze eterogenee e perciò instabili. Maggioranze per di più non legate da programmi sottoposti al giudizio degli elettori. Né di conseguenza tenute a presentare al vaglio dei votanti il bilancio di un eventuale mancato mantenimento degli impegni.
Non possiamo però non ricordare come l’intero Pd — eccezion fatta per alcune personalità d’area quali Romano Prodi, Walter Veltroni, Arturo Parisi — fino a dieci giorni fa la pensasse all’opposto. E ritenesse che solo l’introduzione di un sistema proporzionale fosse in grado di attenuare l’effetto negativo del taglio dei parlamentari. Nicola Zingaretti spiegò diffusamente come l’amputazione di deputati e senatori imposta dal M5S avrebbe comportato rischi autoritari se non fosse stata temperata dall’introduzione di un sistema elettorale proporzionale. L’intero partito condivise quell’allarme. E quel rimedio. L’apprensione di Zingaretti fu presa sul serio dall’allora Presidente del Consiglio al punto da indurlo, due mesi fa, ad inserire l’introduzione del proporzionale tra i punti qualificanti del nuovo governo (da lui presieduto) che era sul punto di nascere. E che, come è noto, non nacque.
Ora sarebbe ottima cosa se il Partito democratico facesse chiarezza, almeno in linea di massima, su tale questione. E tenesse poi fermo il punto così da costringere gli altri partiti a misurarsi con esso. È questo il momento giusto per dedicare quel poco di tempo non occupato dalla lotta alla pandemia ad una decisione destinata ad essere fondamentale quando, prima o poi, si tornerà alle urne. E se invece il Pd decidesse di restare fedele al proporzionale zingarettiano? Tutto ci appare meglio di una indeterminazione destinata a lasciare in piedi il sistema attuale. Sistema che assomma i difetti del proporzionale e del maggioritario.
Dobbiamo però prendere in considerazione l’ipotesi che quel cenno di Letta al metodo di conteggio dei voti in rapporto alla distribuzione dei seggi sia stato estemporaneo. Come può darsi che sia stato incidentale quello relativo allo «ius soli» (o «ius culturae»). Infatti quando la destra ha malamente reagito alla riproposizione da parte del neo segretario Pd del riconoscimento del diritto alla cittadinanza italiana per i bambini nati (o educati) nel nostro Paese, Letta ha protestato per la malevola attenzione ad un passaggio di un suo discorso a cui — ha precisato — aveva dedicato non più di «tre secondi». Adriano Sofri (sul «Foglio») ha fatto notare che c’era qualcosa di «spiacevole» in quell’«impicciolimento». È infatti del tutto verosimile — concedeva Sofri — che, dati gli equilibri e i rapporti di forza alla Camera e al Senato, lo «ius soli» non rientri tra le priorità del momento. Ma allora forse sarebbe stato meglio non dedicare a quell’obiettivo «un inciso da tre secondi» tale da farlo sembrare «una citazione di maniera». In ogni caso, ius soli o maggioritario, forse è giunto il tempo che il Pd dedichi una riflessione più meditata ai due o tre temi (non di più) sui quali deciderà di battersi con convinzione e di andare fino in fondo. Un cambio di segretario comporta (o dovrebbe comportare) questo genere di impegno.

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