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Dic 04

Le rivolte anti-élite nate dalla rabbia più che dai conti

Fonte: Corriere della Sera

di Pierluigi Battista

In Francia come negli Stati Uniti, in Germania come in Gran Bretagna e in Italia, la tensione è salita soprattutto a causa del risentimento di chi si sente escluso


Quanto contano le ragioni economiche nella rivolta mondiale del «popolo» contro le «élite», e quanto invece quelle dettate da una secessione psicologica oramai dilagante e pressoché insanabile? E se i sentimenti, i risentimenti, le emozioni, le passioni, contassero più dei calcoli del portafoglio? E se l’immateriale sovrastruttura, per scomodare Karl Marx rovesciandone il controverso insegnamento, dicesse qualcosa sull’insurrezione «populista» più della solida, concreta, tangibile struttura?
Guardiamo alla Francia: per una cifra tutt’altro che imponente di aumento fiscale sul carburante, i «gilet gialli» hanno messo a ferro e fuoco Parigi. Dove nasce quella rabbia? Quanto è giustificato quel furore da ragioni puramente contabili e quanto invece dall’indomabile senso di esclusione che quel balzello alimenta, la metropoli del privilegio prepotente che vessa la provincia dei «dimenticati»? Guardiamo agli Stati Uniti: Donald Trump nell’ultima campagna elettorale poteva pur vantare come argomento centrale la spettacolare crescita del Pil americano, e invece ha puntato tutto sul senso di minaccia rappresentato dalla carovana dei migranti che si avvicinava alla frontiera. Trump conosce bene il suo popolo di «forgotten men», dove la paura dell’invasione appare molto più emotivamente mobilitante del successo economico, importante certo ma meno decisivo nell’accendere la benzina delle ostilità contro il mondo dell’establishment privilegiato: quello che non verrà mai sfiorato dalla pressione dei nuovi miserabili che si accalcano laceri ai confini. Guardiamo alla Gran Bretagna: chi aveva optato per la Brexit non aveva forse messo in conto le ripercussioni economiche negative della separazione dalla Ue? Certo, eppure si sono riversati in massa a pronunciarsi contro il potere di Bruxelles e la minaccia di un’isola orgogliosa di sé e assediata dallo «straniero». E anche oggi, se si rivotasse in un nuovo referendum con esito diverso dal precedente, una cospicua fetta di popolo, fuori dal brillante centro di Londra, confermerebbe una scelta economicamente molto rischiosa ma abbracciata con calore sentimentale. Guardiamo alla Germania: quale motivazione economica ha indotto la ricca Baviera a voltare le spalle ad Angela Merkel? Guardiamo all’Italia: i «numerini» dell’economia, come li chiama con una certa frivolezza Luigi Di Maio, danno squillanti segnali di sofferenza, eppure il blocco di consenso che appoggia i due partiti al governo appare scalfito, ma tutt’altro che ridimensionato, almeno per ora. Il segno meno del Pil non smentisce il segno più nei sondaggi. Come mai? Non era l’economia a determinare i flussi di opinione?
Forse bisogna guardare alla rivolta populista con occhi diversi. Quando Michel Houellebecq ha scritto con «Sottomissione» la profezia di una presa del potere presidenziale in Francia da parte di un candidato islamico, lo scrittore francese ha sottolineato che la richiesta degli islamici in procinto di andare al governo non era l’occupazione di ministeri economici di peso, ma la sedia del Ministero dell’Istruzione e la privatizzazione della Sorbona da mettere nelle mani dell’Arabia Saudita. Houellebecq ha voluto dirci di guardare la realtà con occhi diversi, perché la guerra culturale è più forte e importante di quella economica. La frattura che oggi spacca il mondo in due popoli, come afferma Eric Zemmour commentando la sommossa dei gilet gialli su Le Figaro, in due società, in due linguaggi, in due modelli di vita, è una frattura culturale, esistenziale: noi contro loro, il mondo messo ai margini e quello che si è installato nel cuore del potere, della modernità agiata, della metropoli cosmopolita, il popolo contro le burocrazie, le tecnocrazie, le eurocrazie.
Non sono i centesimi di aumento del carburante a scatenare la rabbia, ma il fatto che a prendere la decisione siano «loro», che circolano con aria spensierata a Parigi sulle piste ciclabili e non sul diesel spompato ad accompagnare i figli a scuola, nel cuore della provincia impoverita di socialità più che di contanti, cacciata dal centro, minacciata nella sua identità. La paura dell’identità perduta è il diesel dell’insurrezione. Il rancore conta più del saldo in banca, almeno per ora. Non si occupano di noi, se non per spremerci con le tasse, dicono i gilet gialli e il popolo di Salvini, i nuovi seguaci di Trump che un tempo votavano democratico e i sostenitori di una Brexit che potrebbe portare alla contrazione della ricchezza inglese. Sono i condannati all’esclusione culturale, alla marginalità, all’irrilevanza sociale che si sentono più poveri anche se possono mantenere un Suv. Ed è la paura dell’impoverimento più dell’impoverimento in quanto tale che agita e scuote un ceto medio declassato, assediato dai nuovi dannati della terra che marciano rumorosi a distruggere un’identità sempre più incapace di difendersi: il ceto medio, non solo i diseredati orfani delle protezioni fornite da un robusto Welfare State in declino. Forse lo schieramento anti-populista, o comunque lo si voglia chiamare, dovrebbe aprire gli occhi e guardare le cose con lo sguardo disincantato di Houellebecq: l’importanza strutturale delle sovrastrutture.

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