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Ott 01

Le risorse contese tra economia e politica

Fonte: Corriere della Sera

di Ernesto Galli della Loggia

Nei regimi democratici il cuore dell’attività di governo consiste inevitabilmente nello spendere e il consenso elettorale dipende dalla promessa di farlo

Una delle peggiori conseguenze dell’arrivo al potere della coalizione Lega-5Stelle è che da quel momento parlare di certe cose è diventato politicamente sospetto. Si rischia di passare all’istante per tifosi dei partiti di governo. Ma è un rischio da correre se si vuole cogliere ciò che sta dietro la cronaca politica. Se ad esempio si vuole cogliere ciò che sta dietro l’osservanza o meno delle regole europee in materia di deficit. Che è, né più né meno, la questione cruciale del rapporto tra la democrazia e il potere economico, tra la politica e l’economia.

Si tratta di un rapporto per sua natura critico. La democrazia infatti è nata per consegnare il potere politico nelle mani di coloro che non hanno il potere economico. I quali costituiscono di regola la maggioranza della popolazione, e perciò la maggioranza dei votanti. Ma è una maggioranza, quindi, che verosimilmente adopererà il potere politico così ottenuto soprattutto a un fine: quello di migliorare le proprie condizioni di vita. La duplice conseguenza è che da un lato nei regimi democratici il cuore dell’attività di governo consiste inevitabilmente nello spendere (perlopiù a favore di chi non ha), e dall’altro che il consenso elettorale dipende in misura decisiva dalla promessa di farlo (o di abbassare le tasse, il che ha in sostanza lo stesso effetto). Ne risulta che più di qualunque altro regime la democrazia ha bisogno di risorse.

Di solito di una quantità di risorse sempre crescente dal momento che sempre crescenti finiscono fatalmente per essere le aspettative dei suoi cittadini. Il secondo risultato è che al fine di procacciarsi tali risorse la politica democratica è spinta altrettanto fatalmente a cercare di sottomettere ai suoi bisogni l’economia: innanzi tutto limitando in vari modi il diritto di proprietà. Non è un caso che alle origini della democrazia moderna vi sia la lotta violenta che negli anni ’30 il presidente Roosevelt scatenò contro il potere giudiziario della Corte Suprema, colpevole per l’appunto di voler difendere in nome della Costituzione l’intangibilità del diritto di cui sopra. Si sa come finì: Roosevelt non esitò a mutare la composizione della Corte e questa si rassegnò a forzare la lettera della Carta nel senso voluto dal Presidente.

Sta di fatto però che mentre fino agli anni ‘80 del Novecento questa tensione tra politica ed economia, tipica della democrazia, aveva visto per mezzo secolo una prevalenza della prima sulla seconda, da allora invece le cose sono rapidamente cambiate. Dapprima la sovranità politica ha preso a cedere terreno grazie alla proclamata indipendenza della Banche centrali rispetto ai governi: il che ha voluto dire la perdita da parte della politica stessa del controllo sui tassi di cambio tra le monete e sui tassi d’interesse (innanzi tutto sui titoli di Stato) a favore del mercato finanziario. Il quale, dal canto suo, pressoché contemporaneamente assisteva anche a una completa liberalizzazione dei movimenti di capitale vedendo perciò enormemente accresciuto il proprio raggio d’azione e d’influenza: innanzi tutto rispetto ai bilanci statali bisognosi di credito.

Da allora la politica è stata costretta a continui passi indietro specialmente rispetto a un mercato finanziario sempre più unificato e interconnesso, sempre più globalizzato, al cui centro si collocano oggi non più di una trentina di grandi istituti bancari, le cosiddette banche sistemiche, che naturalmente determinano in misura decisiva gli andamenti di alcuni parametri chiave. Per avere un’idea della loro stazza, e quindi del loro potere, basta pensare che nel 2012 il totale dei bilanci di 28 di tali banche, ammontante a oltre 50 mila miliardi di dollari, superava l’ammontare dell’intero debito pubblico mondiale. Si aggiunga che mentre tali banche superavano più o meno brillantemente la crisi del 2007-2009, tra l’altro venendo ricapitalizzate massicciamente dagli Stati, questi invece vedevano la percentuale del proprio debito rispetto al Pil passare a livello mondiale, tra il 2007 e il 2013, dal 53 al 70 per cento.

Il risultato è che oggi, soprattutto in conseguenza della globalizzazione, la politica ha perduto quasi interamente la sua antica sovranità monetaria – un attributo, lo ricordo, che insieme al monopolio legale dell’uso della forza ha da sempre connotato la statualità – a favore di un ristretto conglomerato di istituzioni bancario-finanziarie in larga parte deterritorializzate. Così come sono sempre più in larga parte deterritorializzate anche le grandi imprese multinazionali operanti nei vari Stati ma in grado di sottrarsi in notevolissima misura agli obblighi della fiscalità e addirittura di mettere in competizione gli Stati tra di loro per chi riesce a incamerare i loro (in genere assai ridotti) esborsi tributari. Tutto ciò mentre a livello planetario i paradisi fiscali si moltiplicano, sicché quote altissime di ricchezza privata si sottraggono a ogni dovere di solidarietà, e di fatto il carico tributario finisce sempre più per pesare sulle classi medie e lavoratrici.

Nel mondo, insomma, minaccia di crearsi una inedita condizione di tendenziale impoverimento/dipendenza economica degli Stati. Questi si sono visti e si vedono via via sottrarre la possibilità tanto di finanziarsi monetariamente quanto di ottenere per via fiscale le risorse necessarie alla vita collettiva. Con il risultato di essere viepiù costretti a indebitarsi con il sistema finanziario. Da anni, in tal modo, gli Stati, cioè i loro cittadini, perdono indirettamente anche capacità e sovranità politica. Chi, come è giusto, si preoccupa per l’ondata di antipolitica che caratterizza il nostro momento storico — cioè per il clima di sfiducia e di sprezzante disinteresse che circonda la politica — non può fare a meno di considerare quanto dietro un fenomeno del genere vi sia proprio la perdita d’incisività della politica stessa specialmente in campo economico.

Certo: un fattore scatenante dei nuovi orientamenti sopraggiunti negli anni ‘ 80 di cui ho fin qui parlato è stata la rivolta delle opinioni pubbliche nei confronti degli errori, degli sprechi, della corruttela di ogni tipo, di cui la politica si è resa responsabile nei decenni in cui ha comandato senza dover rendere conto a nessuno. Quando essa poteva abusare a suo piacere della propria sovranità monetaria. Ma tutto ciò non deve far dimenticare che alla lunga l’impoverimento tendenziale degli Stati minaccia di avere conseguenze funeste sull’avvenire dei regimi democratici. I quali hanno potuto conoscere il rafforzamento e il radicamento che hanno conosciuto, hanno potuto ottenere il consenso di massa di cui finora hanno goduto, solo grazie al fatto che tali regimi sono stati in grado di distribuire risorse e assicurare protezione sociale ai propri cittadini in una misura mai vista in precedenza.

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