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Ott 06

Le riforme da fare dopo il referendum

Fonte: Corriere della Sera

di Geranrdo Villanacci

Il dialogo tra tutte le componenti politiche è adesso l’unica strada percorribile


Come nelle migliori tradizioni delle dichiarazioni post elettorali, anche in quelle rese dai leader e rappresentati politici in occasione delle ultime elezioni, non è dato di rinvenire alcuna ammissione di sconfitta.
D’altra parte, in difetto di un oggettivo parametro di riferimento al quale ancorare il risultato elettorale, ognuno può sostenere le proprie ragioni assumendo ad esempio, di aver conseguito un risultato migliore rispetto alle ultime europee, oppure ai sondaggi che sistematicamente ci vengono propinati.
Tuttavia a fronte di una così diffusa opinabilità, vi sono dei dati certi che sarebbe bene prendere in considerazione per cogliere le aspettative dei cittadini che proprio nelle occasioni referendarie dimostrano maggiore perspicacia dei loro rappresentanti parlamentari.
Uno di questi, verosimilmente quello più significativo, è la percentuale dei votanti che si è attestata al 53,84%. Si tratta di circa 25 milioni di italiani che, sfidando l’emergenza sanitaria recandosi alle urne, hanno mostrato un rilevante interesse verso la politica. L’altro dato è quello del risultato del referendum che con il quasi 70% di approvazione della riforma, documenta una forte sfiducia verso i politici; un risultato soltanto apparentemente in contrasto con il primo essendovi in realtà una stretta correlazione.
Certamente i partiti dovranno svolgere una attenta disamina del risultato elettorale che principalmente potrebbe ribaltarsi al loro interno oppure nelle coalizioni di appartenenza.
Non di meno sarebbe un grave errore se venissero disattese le aspettative dell’elettorato che confida nella piena attuazione della riforma nella consapevolezza che diversamente, cioè qualora la stessa restasse incompiuta come purtroppo è avvenuto per altre in passato, aggraverebbe piuttosto che migliorare la condizione attuale.
Per scongiurare questo rischio, bisogna recuperare i valori solidaristici che hanno ispirato la promulgazione della nostra Carta partendo dalla premessa che il referendum costituzionale ha peculiarità che lo distinguono da quello abrogativo. Oltre che per ragioni formali, tra le quali l’esclusione di un controllo di legittimità da parte della Corte Costituzionale e la non necessarietà del raggiungimento del quorum della maggioranza degli aventi diritto al voto ai fini della sua validità, specialmente in quanto il referendum confermativo assolve una funzione di garanzia allorquando la revisione della Costituzione oppure di una legge Costituzionale, è stata approvata con una maggioranza parlamentare non così estesa da raggiungere i due terzi, come nel nostro caso è avvenuto al Senato.
Per lungo tempo si è ritenuto che le modifiche alla Costituzione dovessero essere realizzate con il consenso di tutte le forze politiche. Una regola non scritta che purtroppo da quanto è stata infranta, ovvero in occasione del referendum costituzione del 7 ottobre 2001, ha prodotto delle conseguenze tutt’altro che positive poiché le maggioranze al Governo da allora hanno tentato di modificare da sole la Costituzione così alimentando la diffusione della convinzione che le riforme venissero attuate al fine di adattarle ai propri programmi politici.
Al di là degli aspetti più propriamente tecnici, rappresentati dal fatto che la riforma potrà avere effetto soltanto dopo aver ridisegnato i collegi elettorali, è questa una importante occasione per recuperare un dialogo tra tutte le componenti politiche. L’unica strada percorribile per superare il difficile momento che stiamo vivendo del quale, essendo proiettati in una dimensione sospesa, non abbiamo ancora piena consapevolezza.
Ecco quindi che prima ancora di quelle tecniche, dovrebbero essere privilegiate le tematiche politiche di interesse generale a partire dalla riforma della legge elettorale , quella dei regolamenti parlamentari e la rimodulazione del peso dei delegati regionali alla elezione del Capo dello Stato.
Un bel segnale per elidere la tetragona convinzione che tutto si muove sulla base di convenienze di parte.

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