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Nov 11

Le illusioni in Europa sugli Stati Uniti di Biden

Fonte: Corriere della Sera

di Angelo Panebianco

Il nuovo presidente si sforzerà di ricucire i rapporti interatlantici, che però plausibilmente non avranno più i caratteri di un tempo


Le risposte ancora non ci sono. Ma forse è almeno possibile formulare le domande giuste. Che cosa significa per noi europei la presidenza Biden? C’è la faccia americana della medaglia e c’è quella europea. Si tratterà in primo luogo di capire se l’Amministrazione Biden avrà o no la forza di ricucire i legami interatlantici lacerati dal nazionalismo trumpiano. Non ci sarebbero solo conseguenze per le politiche interne ma anche per le relazioni internazionali dell’America se, secondo le previsioni di molti, Biden confermasse di essere un presidente debole, un re travicello, incapace di fronteggiare tanto l’estremismo dei «radicali» (la frangia di estrema sinistra) del suo partito quanto quello dei repubblicani pro-Trump. Chissà? Magari le previsioni non risulteranno corrette e Biden non andrà ad allungare la lista dei presidenti deboli della storia americana. Qualche volta è la carica ricoperta a dare la carica a un uomo. In secondo luogo, si tratterà di comprendere come evolveranno i rapporti fra l’Amministrazione e il Congresso. La generale previsione è di una polarizzazione politica — che da un lato riflette e dall’altro esaspera, la polarizzazione della società americana — la quale cosa renderà difficilissima ogni mossa dell’Amministrazione. Forse sì e forse no. Non è sicuro che sarebbe un danno per Biden se i repubblicani mantenessero il controllo del Senato (dipenderà dai ballottaggi di gennaio in Georgia).
Non è improbabile che diversi repubblicani, sconfitto Trump, siano pronti a smarcarsi dalle sue posizioni. Se, tra un po’ di tempo, sentiremo Trump prendersela con i «traditori», vorrà dire che una parte almeno dei repubblicani si starà riposizionando in vista di una riorganizzazione del partito. Non bisogna dimenticare che nonostante il suo larghissimo seguito, Trump è comunque uno sconfitto (lo sarebbe stato senza il Covid?) e la sconfitta sempre ammacca e indebolisce il carisma del perdente. In queste condizioni, un controllo repubblicano sul Senato e la necessità di negoziazioni continue fra Amministrazione e senatori repubblicani potrebbero aiutare Biden a mantenere al centro la barra delle sue politiche, tenendo così a bada l’ala sinistra del Partito democratico.
In ogni caso, è evidente che Biden conviene comunque all’Europa. Si sforzerà di ricucire i rapporti interatlantici, a cominciare da quelli fra Stati Uniti e Germania. Per un’Europa che, nonostante tante invocazioni, non è in grado di provvedere alla propria sicurezza, questa è comunque una buona notizia. Però non bisogna farsi troppe illusioni. I legami interatlantici sono indispensabili per l’Europa ma, plausibilmente, non avranno più i caratteri di un tempo. Difficilmente la leadership americana sarà così forte ed efficace come era al tempo della Guerra fredda e, ancora, in seguito, nell’età «unipolare» (i decenni immediatamente seguenti alla fine dell’Unione Sovietica).
Il declino relativo della potenza americana (di cui, in modo diverso, sono state espressioni sia la presidenza Obama che quella Trump) potrà forse essere rallentato da Biden. Ma è improbabile che ci sia un’ inversione di tendenza. Siamo entrati, per restarci, in un’epoca multipolare: diverse grandi e medie potenze si muovono ora autonomamente, come non avrebbero potuto fare nell’epoca del predominio americano, e coltivano sogni neo- imperiali. La ricucitura dei legami interatlantici, pur necessaria, non basterà a garantire l’Europa di fronte alle sfide e ai rischi del nuovo multipolarismo.
L’altra faccia della medaglia riguarda ciò che può fare in queste condizioni l’Europa. Si potrebbe dire: non chiederti cosa l’America può fare per l’Europa. Chiediti cosa l’Europa può fare per se stessa e per il mondo occidentale nel suo insieme. Anche qui le risposte possibili divergono assai. Limitiamoci a considerare il tema della sicurezza. Gli ottimisti immaginano un’Europa che, consapevole dei rischi e del fatto che anche una rinnovata alleanza con gli Stati Uniti non basterà a garantirle la sicurezza, dovrà presto riprendere il cammino della unificazione politica, con tutte le necessarie conseguenze: anche con la costituzione di efficienti apparati «europei» della forza che vadano a irrobustire, e/o ad affiancare, il contributo europeo alla Nato. Ma quanto è realistica la speranza degli ottimisti? Ad esempio, quale politico andrà a raccontare ad elettori europei, mantenendo qualche ragionevole chance di essere rieletto, che essi dovranno rinunciare a una parte del welfare per finanziare la «difesa europea»? E ancora: la principale potenza militare d’Europa, la Gran Bretagna, ha abbandonato l’Unione mentre il Paese economicamente più forte, la Germania, (dopo tre quarti di secolo) non ha superato il trauma del nazismo e della Seconda guerra mondiale. L’Italia — l’altro Paese europeo sconfitto in quella guerra — non è messa meglio. Resta solo la Francia. È il solo Stato europeo — come dimostra il braccio di ferro con il turco Erdogan — che sia capace di opporre non soltanto chiacchiere alle minacce dei prepotenti. O che almeno ci provi. Ma non è realistico immaginare un’Europa che, in materia di sicurezza, si accucci dietro la Francia o che accetti di buona grazia un condominio franco-americano. Mancano le condizioni per rivisitare adattandolo ai tempi, come vorrebbe Macron (ma senza più l’antiamericanismo di de Gaulle), l’antico sogno gollista di un’egemonia francese sul Vecchio continente.
La ricucitura dei legami interatlantici serve alla proiezione internazionale degli Stati Uniti, alla sicurezza dell’Europa e anche alla buona salute della società liberale (occidentale). Ma non basta. Servirebbe anche uno sforzo dell’Europa che però non pare disporre delle necessarie risorse morali e psicologiche. Mettere a fuoco il problema è semplice. La soluzione non lo è.

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