L’astensionismo è figlio della crisi dei partiti

Fonte: Corriere della Sera

di Gerardo Villanacci

Rispetto agli altri Paesi dove sussistono analoghe problematiche, in Italia il fenomeno appare più strutturale: i partiti rappresentano il fondamento del costituzionalismo liberaldemocratico e lo strumento più importante per l’esercizio della sovranità popolare

Benché le cause del forte astensionismo nelle ultime elezioni siano piuttosto composite, è evidente che la pandemia ne ha modificato i presupposti e la gerarchia. Rispetto agli altri Paesi dove sussistono analoghe problematiche, in Italia il fenomeno appare più strutturale considerando che il suo graduale e drastico aumento, a partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, è giunto ad essere maggiore di venti punti percentuali.
Hanno inciso e tutt’ora assumono rilevanza, la perdita di credibilità della classe politica ormai ritenuta incapace di risolvere i problemi economici e sociali incombenti, così come l’instabilità governativa che dal 2013 ad oggi ha dato luogo al susseguirsi di cinque diversi presidenti del Consiglio, due soltanto nell’ultima legislatura. Anche l’aspetto più propriamente soggettivo è tutt’altro che secondario se si considera che non pochi ritengono che votare non comporti alcun vantaggio né cambiamenti in concreto, quanto piuttosto oneri ingiustificati come i tempi e talvolta i costi per esercitarlo. In definitiva, nonostante la straordinaria rilevanza del diritto di voto, dello stesso ci si avvale unicamente quando si ha un interesse effettivo per la politica. Un’eventualità che fonda sulla conoscenza delle informazioni basilari ma anche, forse soprattutto, sulla convinzione di poter determinare delle scelte attraverso il proprio voto.
Non è da escludere inoltre che la pandemia abbia posto delle limitazioni logistiche anche se, come è avvenuto lo scorso anno in occasione dell’ultima consultazione elettorale a livello nazionale, la partecipazione effettiva dell’elettorato è stata comunque scarsa benché siano state attuate efficaci misure di prevenzione sanitaria per limitare la diffusione dei contagi.
Sia chiaro, il punto centrale della questione non è il paventato rischio che l’astensionismo possa determinare la crisi della democrazia. Oppure, in senso contrario, il timore che un alto livello di partecipazione al voto possa rappresentare un vulnus per la democrazia in quanto inasprirebbe il conflitto politico.
La mancata partecipazione al voto è la diretta conseguenza della crisi della politica o, per meglio dire, dei partiti politici i quali, sarebbe un errore non riconoscerlo, rappresentano il fondamento del costituzionalismo liberaldemocratico e lo strumento più importante per l’esercizio della sovranità popolare. Elementi senza i quali una democrazia moderna, fondata su istituzioni rappresentative, non potrebbe esistere.
Quindi, sul presupposto della irrinunciabilità ai partiti politici, il quesito corretto è se gli stessi siano in grado di soddisfare le nuove esigenze del nostro tempo dove, nonostante l’apparente facilità di contatti e comunicazione, è sempre più marcato il sentimento di solitudine.
La risposta va data analizzando le conseguenze del crollo dei partiti tradizionali avvenuto negli anni Novanta del secolo scorso, seppelliti dalle accuse di una loro eccessiva invasione nelle istituzioni, nell’economia e più in generale nella società. Il rimedio universalmente adottato è stato la costruzione di partiti politici strutturati in modo più leggero e, al contempo, travolti dalla retorica antipartito, l’esclusione dagli stessi dei «professionisti» della politica, prontamente sostituiti con esterni. Soggetti che in molti casi avevano conseguito apprezzabili risultati in vari settori professionali e imprenditoriali che, tuttavia, sono approdati all’impegno della gestione della cosa pubblica privi oltre che della militanza soprattutto della necessaria formazione per l’espletamento di cariche pubbliche e di partito. Prerequisiti fondamentali sacrificati sull’altare della ricerca di persone estranee al mondo politico, nell’errata convinzione che ciò potesse essere un valore aggiunto. In realtà, così facendo non vi è stato l’annunciato ricambio, ma il conferimento di maggiore potere ai leader che hanno potuto liberamente individuare e cooptare gli «homini novi» sulla base di valutazione del tutto soggettiva per non dire di fedeltà.
Ma la funzione dei partiti è quella di realizzare una comunità politica dove più persone, anche avendo opinioni diverse, si aggregano tra di loro. Un luogo di ascolto, di dibattito, in una parola di socializzazione, dove i bisogni vengono trasformati in istanze. Un luogo sempre aperto e accogliente, non soltanto nel momento elettorale.

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