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Mar 13

L’America senza centro

Fonte: Corriere della Sera

di Angelo Panebianco

Tutti, in America e fuori, sono consapevoli del fatto che la prossima nomination del Partito democratico — la scelta del candidato che sfiderà Donald Trump nelle future elezioni presidenziali— potrebbe avere ripercussioni in tutto il mondo

Se c’è una corrente che, mentre nuotiamo, ci spinge al largo possiamo cavarcela soltanto se riusciamo a contrastarla vigorosamente. Se in una democrazia giungono al governo un leader o una forza estremista, si mette inevitabilmente in moto una dinamica ben conosciuta: l’opposizione viene sospinta, dall’estremismo del governo, verso posizioni estreme. In questo caso, delle due l’una: o l’opposizione riesce a contrastare la corrente che la imprigiona e la trascina in quella direzione oppure essa è spacciata. Alle elezioni successive non ci sarà partita: il governo uscente vincerà a man bassa.
È il meccanismo che consentì alla leader del partito conservatore Margaret Thatcher, vinte le elezioni del 1979, di rimanere primo ministro della Gran Bretagna fino al 1990. Neppure con il suo ritiro, peraltro, l’epoca del predominio conservatore si interruppe. Le succedette il conservatore John Major che governò fino al 1997. Che cosa era accaduto? Era accaduto che la vittoria di un governo ultra-conservatore, quello della Thatcher, aveva spinto, per contraccolpo, troppo a sinistra il partito laburista. Esso perse il legame con gli elettori più centristi. Il risultato fu che i conservatori non furono più seriamente sfidabili fino a quando, nella seconda metà degli anni Novanta, la guida del Labour non passò nelle mani del «centrista» Tony Blair.
Tutti, ovviamente, in America e fuori, sono consapevoli del fatto che la prossima nomination del Partito democratico — la scelta del candidato che sfiderà Donald Trump nelle future elezioni presidenziali— potrebbe avere ripercussioni in tutto il mondo. Non tutti però sono altrettanto consapevoli di una circostanza: a seconda che quella scelta sia di un tipo o di un altro, avrà forse ancora un senso, domani, parlare di «Occidente» oppure questa parola servirà soltanto ad evocare un’epoca irrimediabilmente passata, e un aggregato (politico, economico, militare, culturale) definitivamente tramontato, dissolto.
Se la scelta dei democratici cadrà, come è possibile, su un candidato troppo radicale, troppo spostato a sinistra, Donald Trump avrà gioco facile: molto probabilmente «si mangerà» in un boccone il grosso degli elettori più centristi, verrà riconfermato presidente con facilità. E potrà perseverare in una politica che sta destabilizzando l’intero mondo occidentale.
C’è, proprio in America, un precedente. Nel 1972 il Partito democratico cadde in mano a militanti estremisti (sul clima politico del Paese incombeva la guerra del Vietnam) e diede la nomination a un candidato troppo spostato a sinistra, George McGovern. Per conseguenza, il presidente uscente, Richard Nixon, stravinse le elezioni.
In questo momento, nel Partito democratico, i radicali sono molto forti. La loro forza è alimentata dalla presenza di Donald Trump alla Casa Bianca. Se il Partito democratico non avrà la capacità di resistere alla spinta in atto, finirà per scegliere un candidato troppo a sinistra, uno che proporrà agli americani progetti socialisti: lotta alla ricchezza, uguaglianza sociale, eccetera. Il tutto forse anche condito – a quanto pare – con qualche spruzzatina di anti-semitismo. Quante chance di vittoria potrebbe avere contro Trump un candidato del genere? Zero, ovviamente.
Attenzione: non è che se i democratici resisteranno alla corrente che li spinge al largo, se sceglieranno un candidato centrista, capace di articolare una credibile proposta di governo, capace di parlare al grosso degli americani, ciò, automaticamente, comporterà la sconfitta di Trump e la vittoria democratica. La scelta di un candidato centrista è solo una condizione necessaria, non è una condizione sufficiente per conseguire la vittoria. Poi, conterà la personalità del politico centrista che otterrà la nomination democratica. Osservando coloro che vengono indicati al momento come possibili candidati di quest’area, Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, sembra possedere l’esperienza necessaria e la personalità più forte.
Per inciso, benché in condizioni totalmente diverse, anche in Italia contrapporre l’estremismo dell’opposizione all’estremismo del governo potrebbe danneggiare gli oppositori. Quando era al governo il Partito democratico (italiano), sia pure con fatale ritardo, era comunque riuscito a darsi (ministro dell’Interno, Marco Minniti) una vera politica dell’immigrazione, anche se molto diversa da quella di Matteo Salvini. Oggi il Pd dispone soltanto di una manciata di slogan contro il razzismo. Ma se sai macinare solo slogan puoi forse oggi «vincere» in piazza (puoi mobilitare tanta gente) ma, quasi certamente, perderai domani le elezioni.
Una seconda vittoria di Donald Trump, un presidente che non crede nel sistema di alleanze voluto dagli Stati Uniti alla fine della Seconda guerra mondiale, sarebbe un definitivo «liberi tutti» (o, secondo alcuni, più realisticamente, un «si salvi chi può»). Già oggi si può constatare quanto sia caduta in basso l’autorevolezza internazionale di un presidente come Trump, un sovranista. Facciamo un esempio. È assai probabile – come ha scritto ieri Franco Venturini su questo giornale – che se l’Italia risponderà positivamente alle profferte cinesi, se diventerà un partner a tutto tondo (il primo davvero importante in Europa) della «Nuova via della Seta», e se le anticipazioni che circolano sui contenuti dell’accordo sono corrette, questo allora non sarà soltanto un vulnus per la tradizionale collocazione internazionale dell’Italia. Sarà anche uno strappo nella tela delle alleanze occidentali. L’Amministrazione americana, come l’Unione europea, si oppone a una possibile scelta del governo italiano che non tenga conto delle implicazioni politiche e strategiche di un patto con la Cina. Ma è evidente che con un diverso inquilino alla Casa Bianca la richiesta statunitense avrebbe ben altra credibilità e ben altra forza. I democratici americani hanno un compito da far tremare i polsi. Forse dipenderà proprio da loro se, tra qualche tempo, esisterà ancora un’entità politica denominata Occidente.

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