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Lug 08

L’aiuto tedesco non è per sempre

Fonte: Corriere della Sera

di Federico Fubini

Se non vuole che arrivi troppo presto la richiesta di un giro di vite sui conti, il Paese deve dimostrare che non si affida solo all’aiuto degli altri. Sa aiutarsi da sé, con atti concreti


Se c’è un’immagine che aiuta a capire Angela Merkel è quella del suo sguardo durante un incontro con una scolaresca, il 15 luglio 2015. Una rifugiata adolescente arrivata dai campi palestinesi in Libano le chiede se davvero, come sembra, dovrà tornare indietro. La cancelliera le risponde che la Germania non può accogliere tutti, «das kann man nicht schaffen», non ci si riesce.Il momento rivelatore arriva subito dopo, quando Merkel – mentre parla — si rende conto che la ragazza sta piangendo: la maschera della leader cade e per un istante gli occhi lasciano presagire quel che avrebbe deciso qualche settimana più tardi.
All’inizio di settembre la cancelliera apre la Germania a più di un milione di rifugiati. «Wir schaffen das», disse, noi ci riusciamo. La frase uguale e contraria. Il Recovery Fund finanziato da eurobond non è dunque la prima volta che la cancelliera sfida i tabù dei suoi elettori. Giuseppe Conte, che al vertice del 27 marzo disse alla collega tedesca «Guardi alla realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa», non è un adolescente che chiede asilo. Ma la risposta della cancelliera quel giorno («Non dovremmo promettere alle persone cose che non possiamo dar loro») è l’equivalente finanziario di quel «non ci si riesce» alla giovane rifugiata.
Anche qui, in meno di due mesi Merkel ha invertito la rotta e la domanda ora è se i parallelismi finiscono qui. Perché all’epoca la folla alla stazione di Monaco applaudì i primi rifugiati siriani all’arrivo ma poi, nel giro di pochi mesi, l’umore cambiò. Per anni la cancelliera è stata circondata e paralizzata dal rancore verso quella sua scelta, in Germania e nel suo stesso partito. Sarebbe dunque ingenuo escludere che a un certo punto il consenso — o il silenzio — dei tedeschi sulle concessioni offerte all’Italia non si muti in risentimento e poi in rivolta aperta. Del resto la cancelliera ha ancora quattordici mesi di potere — almeno lei assicura così — poi lascerà a un successore.
È dunque il caso di guardare dove siamo per vedere quali siano le strade davanti a noi. La polvere non si è ancora depositata dopo la tragica primavera 2020, ma è possibile che la peggiore recessione in tempo di pace sia anche una delle più brevi (ovviamente, a meno di una seconda ondata del virus). In Spagna il ricorso a Erte, la cassa integrazione, è già dimezzato. In giugno il livello di fiducia dei manager dell’industria nell’area euro (e un po’ di più anche in Italia) è risalito da livelli comatosi a quelli tipici di una contrazione lieve. A maggio rispetto ad aprile gli acquisti delle famiglie sono risaliti del 17% in Germania e del 24% in Italia. Dal 18 maggio, quando Merkel ha annunciato il suo sì al Recovery Fund, l’indice più ampio delle borse europee (Eurostoxx 600) è salito al passo con lo S&P500 di Wall Street. E i mobility report di Apple — una fotografia dei movimenti degli smartphone — mostra che in Italia, Germania, Francia o Spagna gi spostamenti in auto hanno già superato di netto i livelli di gennaio. In ritardo sembrano semmai gli Stati Uniti e soprattutto la Gran Bretagna.
Niente di tutto questo significa che l’Europa stia guarendo. Ne siamo lontani. Il crollo dei redditi e il timore di un ritorno della pandemia continueranno a frenare gli investimenti, le assunzioni e i viaggi. Per ora assistiamo solo ai primi segni di un rimbalzo meccanico, dopo che l’economia ha toccato il fondo durante il lockdown. Salito il primissimo scalino, la ripresa potrebbe rivelarsi faticosa e diseguale: all’interno stesso dell’Italia i dati di Apple segnalano che Napoli, Padova o Genova si stanno rimettendo in moto più facilmente di Roma, Firenze o della stessa Milano.
Le conseguenze politiche dei primi accenni di (relativa) stabilità però potrebbero non essere lontani. Al Corriere Valdis Dombrovskis ha detto che bisognerebbe tornare ad applicare le regole europee sui conti «una volta finita la recessione»; sarà discutibile chiedere una stretta di bilancio quando il reddito è del 10% più basso di prima, ma il vicepresidente della Commissione riflette idee diffuse anche in Germania. Merkel, giorni fa, ha chiesto a Conte cosa intende fare sulle pensioni. E Isabel Schnabel, la tedesca nell’esecutivo della Banca centrale europea, ha già osservato che forse non ci sarà bisogno di eseguire tutti gli acquisti di titoli decisi dalla Bce in giugno (con una scelta di tempo che ha profondamente diviso il consiglio direttivo).
Insomma, come sui migranti nel 2015, anche oggi una reazione tedesca a Merkel è solo questione di tempo. E l’Italia deve farsi trovare pronta. Se non vuole che arrivi troppo presto la richiesta di un giro di vite sui conti, il Paese deve dimostrare che non si affida solo all’aiuto degli altri. Sa aiutarsi da sé, con atti concreti. Evitando promesse irrealistiche di tagli di tasse coperte con spending review, per esempio. O evitando una «semplificazione» per decreto che dà alla Corte dei conti un potenziale controllo «concomitante» al lavoro degli amministratori. Ma quanto a questo, la strada sembra lunga davvero.

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