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Ott 27

L’addio di Grasso al Pd: “Deriva che non condivido”. Pronta la leadership Mdp

Fonte: La Stampa

di Andrea Carugati

«Non mi riconosco neanche nel futuro dei dem»

«Politicamente e umanamente la misura è colma». Poche ore dopo il sì definitivo del Senato alla nuova legge elettorale, il presidente Pietro Grasso lascia il gruppo del Pd. Una notizia «inaspettata e non prevedibile», confida il capogruppo dem Luigi Zanda, cui Grasso ha telefonato pochi minuti prima di ufficializzare la sua scelta. Il Rosatellum, approvato con 5 voti di fiducia nella sua Aula di palazzo Madama, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
La molla che ha spinto l’ex magistrato entrato in politica nel 2013 col Pd di Bersani a lasciare il partito di cui non aveva mai preso la tessera. «Non mi riconosco più nel merito e nel metodo di questo Pd, vedo comportamenti che imbarazzano le istituzioni e ne minano la credibilità e l’indipendenza. Non mi riconosco nemmeno nelle sue prospettive future», spiega Grasso, che aveva cercato con la moral suasion di evitare i voti di fiducia sul Rosatellum, di percorrere la via ordinaria votando i circa 200 emendamenti che erano stati presentati. «La fiducia va evitata, è una forzatura che svuota il ruolo e le funzioni del Senato», aveva spiegato nei giorni scorsi ai vertici del Pd. La stessa legge elettorale non lo ha mai convinto.
«Se avesse votato in Aula non avrebbe votato nè la legge, né la fiducia sugli articoli», racconta amareggiato Zanda, uno di quelli che gli aveva chiesto nei mesi scorsi di correre per la guida della Sicilia sotto le insegne del Pd. E invece nel corso dei mesi le distanze si sono allargate. Prima le critiche durante l’iter della riforma costituzionale, poi l’invito a Renzi (inascoltato) a «non trasformare il referendum in un plebiscito». Fino all’ultima legge elettorale. «L’importante è che sia costituzionale e nell’interesse dei cittadini e non dei partiti», ha ammonito Grasso un mese fa. «Toni antipolitici come quelli del M5S», la gelida risposta del presidente del Pd Matteo Orfini.
Non è un caso che la scelta di Grasso sia arrivata ieri, poche ore dopo lo show di Denis Verdini in aula, con la sua rivendicazione di avere sempre fatto parte della maggioranza. «La mia scelta è l’unica che possa certificare la distanza, umana e politica, da una deriva che non condivido», spiega l’ex magistrato. Deriva che include anche l’alleanza in Sicilia e poi alle politiche con Alfano. «Quando mi sono candidato nel Pd riconoscevo principi, valori e metodi condivisi, che si sono andati disperdendo». Il suo futuro con tutta probabilità sarà ancora in politica. «Sono un ragazzo di sinistra», ha ricordato una ventina di giorni fa alla festa di Mdp a Napoli.
Tra i renziani, ma anche dentro le fila della sinistra, c’è la convinzione che si tratti di una mossa di avvicinamento ad una candidatura con la nuova lista di Bersani. Di cui potrebbe essere il leader, o comunque uno dei front man. «Per il futuro vedremo», taglia corto il presidente. Il senatore renziano Salvatore Margiotta lancia una provocazione: «Per coerenza dovrebbe dimettersi anche da presidente del Senato, ove il Pd lo designò». «Non è la nostra linea, nessuna richiesta di dimissioni», spiegano dal Nazareno. «Una decisione che amareggia», le parole ufficiali del vicesegretario Maurizio Martina.
Nel gruppo dem al Senato la scelta di Grasso viene letta come un «gesto eclatante che dà il via alla sua campagna elettorale con la sinistra radicale». «In questi anni è stato tra i più tenaci avversari del Pd», spiega un renziano. «Ma non trascineremo la seconda carica dello Stato nello scontro politico», taglia corto Orfini. A sinistra Arturo Scotto non nasconde la soddisfazione: «Un ragazzo di sinistra non poteva più stare nel Pd». Nei prossimi mesi non cambierà di una virgola il suo profilo di arbitro del Senato: «Questa scelta non scalfisce in alcun modo la mia imparzialità».

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