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Gen 03

La “spada” su Raggi accelera il codice

Fonte: La Repubblica

virginia_raggi

di Gianluca Luzi

Aspettando questo fantomatico avviso di garanzia che penderebbe come una spada di Damocle sulla testa della sindaca Raggi, Grillo cambia linea e sottopone alla rete la sua decisione. D’ora in poi un amministratore pentastellato che riceverà un avviso di garanzia non dovrà dimettersi automaticamente, ma Grillo e il suo staff decideranno caso per caso. La discrezionalità che sfiora il capriccio del Capo è sempre stata una caratteristica del movimento, ma adesso si instaura una specie di giustizia parallela interna ai Cinquestelle, che deve decidere se l’indagato può rimanere o deve dimettersi. Una svolta “garantista” che ribalta il dogma “giustizialista” usato finora. E infatti il primo a sottolineare la novità e la discrezionalità è il sindaco di Parma Pizzarotti che con un lungo braccio di ferro venne allontanato dal movimento per un avviso di garanzia non immediatamente comunicato a Grillo e Casaleggio, mentre il sindaco di Livorno non ricevette alcun provvedimento. Il motivo più pressante di questa svolta grillina è evidente: in caso di avviso di garanzia a Raggi (previsto per questo mese) Grillo, Casaleggio e Di Maio non possono permettersi di perdere Roma. Se la sindaca si dovesse dimettere come il movimento prevedeva finora, tra i Cinquestelle si aprirebbe una lotta di potere sanguinosa e una situazione di caos totale porterebbe inevitabilmente a una sconfitta di immagine e quindi politica epocale e al sicuro commissariamento del Campidoglio.  Con le elezioni politiche in agguato è una eventualità che il vertice grillino deve evitare a tutti i costi. Non a caso Grillo ha difeso Raggi anche nei momenti più disastrosi dei primi sei mesi da sindaca. E di prove catastrofiche ce ne sono state diverse, ultima delle quali (a parte la notte di Capodanno più triste degli ultimi cento anni) la bocciatura del bilancio comunale, cosa che non era mai accaduta. Il resto della politica, intanto, è come se fosse in apnea aspettando la sentenza della Consulta sull’Italicum. Anzi aspettando due sentenze, perché c’è anche quella sulla ammissibilità del referendum promosso dalla Cgil contro il jobs act. Sono due passaggi fondamentali perché incidono su due riforme del governo Renzi che hanno drammaticamente diviso il Paese. Per andare avanti bisogna aspettare la Consulta e i partiti cominceranno a fare sul serio sulla legge elettorale solo dopo il 24 gennaio. E adesso c’è al tavolo anche Berlusconi che si oppone al Mattarellum gradito da Renzi e Salvini e preme per un proporzionale con soglia di sbarramento. I prossimi mesi vivranno di questo confronto e se un accordo non sarà trovato entro marzo vorrà dire che il governo Gentiloni è destinato a durare più del previsto (da Renzi soprattutto). Anche fino alla fine della legislatura.

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