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Giu 26

La Sinistra senza voce

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Che cosa aveva da offrire l’opposizione agli elettori? Sia il Pd sia Forza Italia hanno praticamente dato il via libera al governo gialloverde, pur ritenendolo pericoloso. Per far cambiare rotta al voto ci deve essere un’alternativa credibile

La caduta del muro di Siena e di Pisa, dopo 74 anni di incontrastata egemonia della sinistra, segna la fine definitiva del voto di appartenenza. Gli elettori sono sempre in libera uscita. Non esiste più alcuna rendita di posizione. Neanche la più antica e nobile, che in Toscana si era nel tempo quasi fusa con la storia dei comuni medievali e con le loro originali forme di autogoverno.
Proprio per questo il voto di domenica ha un valore politico speciale, superiore a quello di una consultazione locale. Hanno certo pesato i fattori indigeni e il forte astensionismo. Ma il messaggio è forte e chiaro: vince il governo anche in casa dell’opposizione. Questo doppio turno nei Comuni era infatti il primo con il governo gialloverde in carica. Se si poteva dire che in Molise e Friuli aveva contato l’effetto band wagon, la tendenza a saltare sul carro del vincitore, stavolta invece gli elettori hanno potuto valutare le prime e uniche mosse del governo, quelle sui migranti. E le hanno giudicate bene. È infatti Salvini il traino elettorale che ha portato il centrodestra a conquistare le ex roccaforti rosse e a dilagare nel centro-nord. Al punto che il voto del prossimo anno a Firenze città e in Emilia Romagna si presenta già come un incubo epocale per la sinistra.
Ma Salvini traina, insieme al «suo centrodestra (o forse sarebbe ormai meglio dire destra-centro), anche le sorti della maggioranza di governo. Le difficoltà dei Cinquestelle, peraltro tradizionalmente deboli nel voto amministrativo, vengono infatti compensate con gli interessi dal successo della Lega. E, quel che più conta, sembra di capire che nei ballottaggi, quando serve, i due elettorati si alleino con facilità, come è avvenuto a Imola e Avellino dove il M5S ha prevalso. Il che conferma la buona salute di cui gode il governo nel Paese.
D’altra parte che cosa aveva da offrire l’opposizione agli elettori? Sia il Pd sia Forza Italia hanno praticamente dato il via libera al governo gialloverde, pur ritenendolo pericoloso: il Pd tirandosi indietro da ogni trattativa con i Cinquestelle, e Berlusconi autorizzando apertamente Salvini a procedere senza rompere la coalizione. Ma mentre il Cavaliere può ancora contare sul forno dell’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia, e sui nuovi candidati civici locali che ieri ha giustamente indicato come una delle chiavi del buon risultato di un «centrodestra plurale», il Pd è duramente sconfitto, tristemente solo e praticamente acefalo. Né la disfatta del 4 dicembre al referendum né quella del 4 marzo alle politiche hanno prodotto finora alcun ricambio di gruppi dirigenti o di politiche. L’atteggiamento generale del partito resta di stizzita recriminazione, quasi come se un destino cinico e baro avesse impedito agli elettori di apprezzare i grandi risultati di cinque anni di governo. Invece di provare a dare un senso al Pd si discute se superarlo, se andare per l’ennesima volta «oltre», così accreditando il giudizio di chi lo dà per morto. Mentre invece dove ancora esiste un simulacro di classe dirigente, come in Lazio e in Puglia, i risultati non autorizzano il funerale. Se Renzi intendeva mettersi comodo a guardare lo spettacolo del rapido tracollo dell’alleanza gialloverde, nella speranza che presto gli elettori si sarebbero pentiti dell’errore commesso per tornare all’ovile, bisogna dire che per ora i pop corn li stanno mangiando Salvini e Di Maio.
Naturalmente siamo appena agli inizi. Il governo è in carica da soli 25 giorni e ha prodotto un solo decreto legge. Tutta la parte economica e sociale del programma resta appesa alle fragilità di un bilancio che il ministro del Tesoro sembra voler proteggere da ogni assalto populista e che resta ogni giorno esposto al giudizio dei mercati. La stessa determinata azione che ha consentito a Salvini di rovesciare il tavolo europeo sui migranti e di costringere gli altri Paesi a fare i conti con il dramma italiano, potrebbe trasformarsi in un boomerang se all’imminente vertice di Bruxelles non si trovasse un accordo, mentre le acque italiane si riempiono di navi cariche di esseri umani in cerca di approdo. Ma tutto questo si vedrà. L’esperienza dovrebbe avere ormai insegnato che non basta che chi governa commetta errori, o dimostri di non essere in grado di mantenere le sue promesse, perché l’opposizione se ne avvantaggi. Ci deve essere un’alternativa credibile, in grado di prendere in mano l’agenda politica, per smuovere l’elettorato e fargli cambiare strada. Oggi questa alternativa non esiste, ed è lecito dubitare che possa manifestarsi in un prevedibile futuro.
Basti guardare a quello che è accaduto in questo turno elettorale a Castellammare di Stabia, ex roccaforte rossa, un tempo detta la Stalingrado del Sud: il candidato sindaco del centrodestra era un ex segretario del Pd, il candidato del centrosinistra era un ex di Forza Italia, e l’unico iscritto al Pd della partita, vice-sindaco uscente, guidava una coalizione di liste centriste. Al ballottaggio il partito, forse ipnotizzato da questo kamasutra elettorale, ha invitato i suoi elettori a votare scheda bianca. Ha vinto il centrodestra. Difficile trovare una vicenda più simbolica dell’irrilevanza attuale della sinistra, sia riformista sia radicale.

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