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Dic 12

La sfida (in salita) di Macron dopo 45 anni di deficit senza sosta

Fonte: Corriere della Sera

di Federico Fubini

Debito cresciuto di 500 miliardi dal 2011. Il deficit «primario» per 20 anni pari a quello della Grecia. La crisi economica peserebbe anche su di noi


La natura dei problemi che Emmanuel Macron ha ereditato all’Eliseo si riassume in un evento passato quasi inosservato. Quest’anno per la prima volta il debito pubblico francese, in volume finanziario, è diventato il più vasto d’Europa. Secondo Ameco, la banca dati della Commissione europea, l’esposizione di Parigi a fine anno sarà a 2.320 miliardi. Così la Francia strapperebbe (di pochissimo) un primato che da decenni apparteneva all’Italia. Naturalmente i valori espressi in volume finanziario non dicono molto, perché l’economia transalpina è più grande di quella italiana e ciò rende più sostenibile un debito di taglia quasi uguale. Ciò non toglie che esso sia aumentato di cinquecento miliardi di euro in sette anni, un altro caso unico in Europa. Reso più sorprendente da un ulteriore primato: allo Stato francese non mancano certo le entrate perché fra quelli dell’Ocse, il club delle democrazie avanzate, è quello dalla pressione fiscale più alta (nel 2017 al 46,2% del prodotto lordo, o Pil). Malgrado questo peso crescente delle imposte, il governo non chiude un bilancio in pareggio da 45 anni e il deficit dall’avvio dell’euro nel 1999 in media è stato superiore ai limiti: 3,5% del Pil. Soprattutto con Macron le finanze pubbliche hanno iniziato a migliorare, ma la Francia continua a gestire un disavanzo prima ancora di pagare gli interessi sul suo debito. Questo deficit cosiddetto «primario», il fattore che un governo controlla più direttamente, è stato pari a quello della Grecia nei vent’anni a partire dal 1995 (1,1% del Pil) ed è persino salito in media dell’ultimo decennio. A titolo di confronto l’Italia ha quasi sempre avuto un surplus primario nell’ultimo quarto di secolo, benché ciò non sia bastato a fermare l’ascesa del debito in proporzione alla taglia di un’economia immobile.

Elevato investimento in istruzione
L’economia transalpina ovviamente non è fatta solo di fragilità. L’innovazione e la produttività fanno di molte delle sue grandi imprese dei campioni globali. La stessa spesa pubblica, benché resti la seconda più alta dell’area euro al 55% del Pil e sia scesa pochissimo negli ultimi dieci anni, ha elementi di qualità: un elevato investimento in istruzione e un sostegno alle famiglie che favorisce un numero di nascite quasi doppio rispetto all’Italia. Soprattutto, visto da questa parte delle Alpi, tifare per il fallimento dei tentativi di rilancio dell’economia francese sarebbe autolesionista. La République assorbe più di un decimo dell’export italiano, seconda solo alla Germania, con un saldo netto negli scambi a favore del «made in Italy» di quasi dieci miliardi di euro. Gli stessi acquisti transalpini di imprese italiane — con eccezioni — hanno quasi sempre portato un aumento esponenziale dei posti di lavoro di qualità. Una crisi sociale o politica francese può solo avere conseguenze negative per l’Italia.

Alleanza politica con Berlino
Restano i problemi di Parigi, legati a preferenze sociali del resto simili a quelle radicate in Italia. Il governo non riesce a erodere il deficit e contenere l’ascesa del debito, ormai quasi al 100% del Pil. Dall’inizio della grande recessione anche le imprese hanno mostrato una tendenza a indebitarsi e il debito totale transalpino (tolto il settore finanziario) è salito in otto anni dal 240% al 300% del Pil. È un caso quasi unico in Europa ed è molto più della media della zona euro. Macron è entrato all’Eliseo determinato a invertire questa tendenza e nel primo anno aveva iniziato a farlo. Il presidente sa che non può rinviare a oltranza: gli squilibri del suo Paese sono sostenibili solo se i tassi d’interesse restano bassi; a tenerli contenuti e vicini a quelli tedeschi per ora contribuisce la percezione nei mercati del ruolo dell’alleanza politica con Berlino, dove la stabilità francese è considerata un interesse nazionale e un bene primario per il progetto europeo. Ora però gli elettori transalpini esigono più potere d’acquisto, subito. Anche nell’Esagono, come altrove in Occidente, la ripresa di questi anni non è stata forte e non è arrivata a tutti. Davanti a Macron c’è la sfida di continuare con le riforme scomode, provando intanto a sostenendo i redditi in deficit: lo stesso sentiero stretto che l’Italia ha lasciato a metà.

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