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Ott 12

La riforma e la prova del budino

Fonte: Corriere della Sera

di Sabino Cassese

La cosa più importante è la tenuta del sistema adottato. E la si potrà misurare solo dopo il voto, quando dovranno formarsi coalizioni di governo

Attendiamo con il dovuto scetticismo il nuovo parto del Parlamento in materia elettorale. Si sono succeduti negli ultimi tempi due tentativi falliti, di reintrodurre la legge Mattarella e di scegliere un sistema simile (alla lontana) a quello tedesco. La nuova proposta (Rosato) contiene una formula per un terzo maggioritaria, per due proporzionale. Pone la soglia di sbarramento al 3 per cento. Consente pluricandidature. Prevede listini bloccati, senza preferenze. Non consente voto disgiunto tra liste e candidati. Principalmente, armonizza la formula elettorale delle due Camere. L’argomento principale a favore della proposta è quello di rendere omogenei i sistemi elettorali della Camera e del Senato. Ma ci si può chiedere se, bocciando, nel dicembre scorso, il referendum costituzionale (che rendeva solo una delle due Camere elettiva), il popolo italiano non abbia voluto implicitamente conservare due Camere elette con sistemi diversi (come negli Stati Uniti), così costringendo le forze politiche a mettersi d’accordo. In sostanza, se il popolo italiano non riponga sufficiente fiducia in una sola forza politica, rendendo così necessario governare mediando e negoziando (come si è fatto per lunga parte della storia repubblicana). Il sistema che viene ora proposto, in questo terzo tentativo, ha una sua logica, spingendo a coalizioni, di destra, di sinistra, o di altro tipo.

Se i 5Stelle ne risultano danneggiati, è per loro colpa, perché rifiutano orgogliosamente di coalizzarsi. Il sistema proposto consente di allearsi restando separati, fa rivivere una quota maggioritaria, semplifica il processo elettorale. Sono questi gli argomenti che dovrebbero utilizzare i sostenitori della proposta Rosato, non l’argomento contingente che la Corte costituzionale lasciò, nel pronunciarsi sulla legge Calderoli, alcuni punti aperti, che possono esser ricuciti solo dalla legge (o da un decreto legge approvato «in articulo mortis» dal governo e necessariamente convertito in legge dal Parlamento successivo). Sembrano peccati veniali quelli relativi al modo di arrivare alla conclusione di questi sforzi (si è fatto abbondante ricorso alla fiducia per ogni tipo di decisione e l’alta maggioranza raggiunta in Parlamento, con una parte delle opposizioni, compensa l’atto di forza del governo) e alla modifica delle regole del gioco poco prima di cominciare il gioco (procedura poco corretta, ma non illegittima costituzionalmente). Il mondo politico, in questi giorni, si chiede «con chi» si fa la nuova legge elettorale. C’è chi si scandalizza che raccolga i consensi del Partito Democratico, di Alternativa Popolare, di Forza Italia e della Lega. C’è, invece, da porsi una domanda più importante: questa legge elettorale sarà risolutiva? È una scelta fatta per durare, oppure dovremo ricominciare da capo?

Questa è la domanda più importante, ma è anche quella che nessuno si è posto e alla quale nessuno ha cercato di dare una risposta. È una domanda cruciale perché la formula elettorale serve a stabilire i modi in cui i voti si traducono in seggi, la maniera con la quale viene interpretata la volontà del popolo. Per questo motivo, le leggi elettorali sono patti tra società e Stato, tra Palazzo e Piazza, tra Paese reale e Paese legale, patti più forti dello stesso patto costituzionale. Le formule elettorali sono fatte per essere a lungo rispettate, tant’è vero che nei principali Paesi democratici del mondo sono molto longeve. In Italia, questo patto viene continuamente rimesso in discussione. In 150 anni di storia unitaria abbiamo avuto 12 formule elettorali diverse, e il moto si è accentuato recentemente, perché dal 1993 vi sono state tre leggi elettorali (Mattarella, Calderoli, Renzi), e potremmo averne tra breve una quarta. Per rispondere alla domanda (è fatta per restare?), bisogna considerare che la formula Rosato non risolve il problema della governabilità, o, meglio, assume che esso venga affrontato e risolto mediante coalizioni: il suo risultato è un sistema fondamentalmente proporzionale e non cambia molto rispetto alle due leggi diverse, per Camera e Senato (Calderoli e Renzi), ambedue corrette dalla Corte costituzionale. Per coloro che amano misurare la governabilità chiedendosi se la sera del voto il Paese saprà chi va al governo, la scelta in corso di discussione è deludente.

La conclusione è che l’unica «prova del budino sta nel mangiarlo». Voglio dire che, costringendo ad allearsi, questa formula elettorale potrebbe anche garantire la governabilità, a patto che le coalizioni siano stabili, che i patti siano duraturi, che gli accordi siano particolareggiati. Quando due società si alleano, quando una società ne acquista un’altra, quando due società si fondono, si passano mesi a fare «due diligence». La cancelliera Merkel non pensa di poter terminare prima di uno o due mesi il negoziato con i suoi possibili alleati, anche perché sa che dovrà trattare su più tavoli. Cristiano-democratici e socialdemocratici, negli ultimi governi tedeschi di coalizione (2005, 2009 e 2013), hanno stipulato «contratti di coalizione» molto dettagliati, che regolavano tutta l’attività di governo per la durata della legislatura (l’ultimo era di circa 130 pagine). Qui sta la «prova del budino»: le nostre forze politiche, così divise al loro interno, saranno capaci di raggiungere accordi tanto precisi e lungimiranti, destinati a durare, senza continuare a suddividersi all’infinito al loro interno e, poi, a rompere gli accordi con i loro avversari–alleati?

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