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Nov 20

La pioggia di misure non aiuta

Fonte: Corriere della Sera

di Sabino Cassese

Nei 229 articoli c’è di tutto, comprese misure in contrasto con il divieto di inserire nel bilancio norme settoriali


Con un ritardo di un mese giunge in Parlamento il disegno di legge di bilancio per il triennio 2021 – 2023. I tempi stretti per l’approvazione parlamentare costringeranno a sperimentare di nuovo il «monocameralismo alternato» (questa volta, la Camera discute, il Senato ratifica). Il disegno di legge contiene la settima manovra economica di questo anno molto particolare. È stato preceduto dai decreti legge «Cura Italia», «Liquidità», «Rilancio» I e II, «Ristoro» I e II (l’ultimo ancora in via di conversione in legge, accompagnato da quasi 3 mila emendamenti), per un valore di un terzo circa dell’ordinario bilancio statale italiano. Le misure contenute in questi decreti legge, insieme con la contrazione del Prodotto interno lordo, porteranno il debito pubblico dal 134,6 al 159,6 per cento del Prodotto stesso nel 2020. Seguirà, subito dopo, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per l’utilizzo dei quasi 200 miliardi di prestiti e di trasferimenti del «Recovery fund». Infine, altri decreti legge di sussidi sono annunciati come prossimi. Questo accavallarsi di provvedimenti, in larga misura imposto dalle circostanze, ha richiesto votazioni parlamentari a maggioranza assoluta per ottenere l’autorizzazione ad aumentare il deficit (scostamento di bilancio).
Dalla Seconda guerra mondiale, mai l’Italia si è trovata in tante difficoltà finanziarie, ma mai si è potuta giovare di tanti provvidenziali interventi dall’estero. Sarà, infatti, tra i maggiori beneficiari di fondi europei ed è stata autorizzata, insieme ad altri Paesi, a deviare temporaneamente dal suo percorso di aggiustamento fiscale. Purtroppo, però, questa legge di bilancio è il solito provvedimento «omnibus» (229 articoli), in cui c’è di tutto, comprese misure che hanno ben poche relazioni con la manovra finanziaria e che sono in contrasto con il divieto di inserire nel bilancio norme ordinamentali e settoriali: grandi derivazioni idroelettriche, istituti di patronato, assegno di natalità, congedo di paternità, ferrobonus e marebonus, rigenerazione urbana, Agenzia delle dogane, una singolare Agenzia per il futuro delle città (per la ricerca di «soluzioni prevalentemente vegetali»), molti ampliamenti di organico, migliaia di assunzioni negli uffici pubblici (senza una parola per farli funzionare meglio), altri regali ai sindacati (proprio mentre quelli del pubblico impiego hanno l’infelicissima idea di promuovere scioperi in un momento tanto drammatico). E si può ragionevolmente prevedere che, in Parlamento, il disegno di legge, invece di liberarsi del superfluo, si caricherà di altre misure destinate a soddisfare appetiti locali. Tutto questo con la solita pessima fattura delle leggi, scritte rinviando a migliaia di altre leggi per renderle comprensibili quanto un testo redatto in antico sanscrito.
Nell’ultimo numero dell’Economist, si può leggere la sarcastica frase: «Italy has a less than stellar record of investing for the long term», per sottolineare che abbiamo un mediocre primato nell’investimento sul lungo termine. Il bilancio per il 2021 conferma questo giudizio perché le spese per investimenti sono meno di un quarto del totale. Esso è ricco di briciole distribuite a pioggia, misure di «corto raggio» (come ha notato Carlo Cottarelli), invece che di finanziamenti per trasporti, scuole, ferrovie, verde attrezzato, altre infrastrutture, che, guardando al futuro, potrebbero dare un impulso all’economia e un segnale alle imprese private.
Non si sa se questa preferenza per il contingente, piuttosto che per il permanente, sia più imputabile al corto respiro delle forze politiche, che confondono lo stare al governo con il governare (sono parole di Giovanni Tria), o all’inefficienza degli apparati pubblici, che si sono dimostrati incapaci di programmare e progettare interventi e opere, e di realizzare quindi spese in conto capitale.
L’Unione Europea, per affrontare l’attuale crisi, si sta complessivamente impegnando con enormi mezzi finanziari (più di 2 trilioni di euro, di cui circa un terzo disponibili fino al 2023), dopo aver congelato i criteri del Patto di stabilità e di crescita. La Commissione europea, il 18 novembre scorso, ha considerato il bilancio italiano coerente con le raccomandazioni del 20 luglio del Consiglio, limitandosi ad avvertire che alcune misure previste dal bilancio creano «entitlements», cioè diritti con effetti permanenti sulla finanza pubblica (così il bonus famiglia). Ma bisogna tener conto, da un lato, che l’Unione non si interessa, in principio, della destinazione settoriale delle risorse; dall’altro, che essa ha destinato il programma «Next Generation EU» e il suo principale strumento, il «Recovery and Resilience Facility», alle riforme strutturali e agli investimenti, e che, quindi, valuterà invece il Piano nazionale di ripresa e resilienza, quando esso uscirà dalle segrete stanze di Palazzo Chigi, dove per ora è accuratamente nascosto.

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