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Set 28

La partita della legge elettorale

Fonte: Corriere della Sera

di Alngelo Panebianco

Si stanno chiarendo gli schieramenti politici sulla consultazione costituzionale e il modello di voto. Chi è per il No vuole difendere il bicameralismo paritetico ed è anche contrario al maggioritario, dunque alla governabilità

Finalmente ci siamo arrivati. Si può dire che si tratta di un elemento di chiarezza. I fautori del No alla riforma costituzionale si stanno anche schierando, dai Cinque Stelle a una parte del centrodestra (che comprenderebbe, o così si dice, anche Silvio Berlusconi) a favore di un sistema elettorale proporzionale. A suo modo, è una cosa lodevole. È giusto infatti che chi sia a favore della conservazione costituzionale, della conservazione della Costituzione così come essa è (compreso il «mostro», il cane a due teste, ossia il bicameralismo paritetico) sia anche un nostalgico del ritorno alla proporzionale. È giusto perché quella Costituzione e la legge elettorale proporzionale sono fratelli siamesi, sono comunque fatte l’una per l’altra. Tanto è vero che la separazione chirurgica dei primi anni Novanta, allorché si abbandonò la proporzionale a favore di una legge maggioritaria, mantenendo però invariata la Costituzione, non diede buoni risultati. I riformatori di allora ne erano consapevoli. E difatti, pensarono (o sperarono) che la riforma elettorale in senso maggioritario fosse solo il primo passo. Si auspicava che il mutamento della legge elettorale potesse spianare la strada a una riforma della Costituzione. Fu proprio quello il tentativo, poi fallito, della Commissione bicamerale nata nel 1997 e presieduta da Massimo D’Alema: adattare una costituzione , costruita a misura di una legge elettorale proporzionale, a differenti regole (maggioritarie) di competizione politica
Non è vero che la Costituzione italiana diede vita a un sistema parlamentare uguale a qualunque altro. No, la nostra Costituzione (e il bicameralismo paritetico ne è una prova evidente) ci impose invece un sistema parlamentare con un esecutivo istituzionalmente debole e politicamente ricattabile. Come tante volte è stato ripetuto, il «complesso del tiranno» (eredità della dittatura mussoliniana) e la profonda sfiducia reciproca fra comunisti e anticomunisti ne furono le cause. Detto per inciso, è interessante notare come i fautori del No glissino, per lo più, su questo aspetto della nostra storia costituzionale. Glissano perché essi stessi, ancora nel 2016, continuano ad alimentare, presso l’opinione pubblica, il «complesso del tiranno», raccontando in giro che la riforma in atto sarebbe parte di un disegno autoritario.
La proporzionale completava e sorreggeva un sistema parlamentare congegnato in modo da favorire la formazione di quei governi deboli, a loro volta indispensabili in una democrazia difficile nella quale nessuno poteva fidarsi di nessuno. La proporzionale aveva il compito di non permettere esclusioni rilevanti dal gioco politico, e di assicurare anche all’opposizione capacità di pressione e di influenza sul comportamento dei governi.
Una volta apprezzata la coerenza di quei fautori del No che vogliono anche tornare alla proporzionale, c’è da dire che essi devono vedersela con due obiezioni. Nonostante ciò che dice Giulio Tremonti nell’intervista al Corriere del 25 settembre, è difficile negare che la proporzionale abbia contribuito, soprattutto negli anni ottanta dello scorso secolo, alla lievitazione di quel grande debito pubblico che ci trasciniamo ancora dietro. Gli argomenti di Tremonti sono sempre arguti e interessanti, ma nella vicenda in questione egli sottovaluta, mi sembra, la connessione che c’è fra il (lento) declino dell’egemonia democristiana che si manifestò proprio allora e l’allargamento dell’area dei partecipanti alla spartizione delle spoglie favorito dalla proporzionale. La seconda obiezione è che una cosa è un regime di proporzionale in una democrazia con partiti forti e radicati (come i nostri degli anni Cinquanta e Sessanta), tutt’altra cosa è innestare la proporzionale in una democrazia che di partiti forti non dispone più (né, a giudizio di chi scrive, ne disporrà in futuro). Come è possibile conciliare governabilità, legge proporzionale e assenza di partiti forti e radicati? È comprensibile che la domanda risulti irrilevante per i Cinque Stelle. Ma è così anche per gli altri?
Vincesse il No nel referendum di dicembre, la spinta a reintrodurre la proporzionale diventerebbe probabilmente irresistibile. A favore della proporzionale militano infatti due ragioni fra loro collegate. La prima è che le formazioni politiche oggi presenti in Parlamento entrerebbero, grazie alla proporzionale, in una botte di ferro. Nemmeno le cannonate le potrebbero sloggiare, elezione dopo elezione, dal Parlamento. Il sistema proporzionale è infatti, in senso tecnico, un sistema conservatore, conserva ciò che c’è. I piccoli partiti sarebbero più garantiti. Ma lo sarebbero anche gruppi come i Cinque Stelle o Forza Italia nel caso che i sondaggi ne registrassero il declino. Con la proporzionale non si corre (quasi mai) il rischio di sparire dalla scena. La seconda ragione, collegata alla prima, è che per i singoli parlamentari la proporzionale è una manna, è il sistema elettorale che accresce le chance di ognuno di essere rieletto. È sufficiente non perdere il favore dei leader del partito e, salvo incidenti, il gioco è fatto.
È normale che si torni a parlare di proporzionale. Poiché in politica, come del resto nella vita in generale, gli interessi e i vantaggi a breve termine (l’uovo) degli attori che contano hanno quasi sempre la precedenza, nonostante le continue dichiarazioni di segno contrario, sugli interessi a più lungo termine di tutti (la gallina).
Poiché la politica è l’arte del possibile, si capisce perché Renzi, per salvare la logica maggioritaria, abbia dovuto adottare un sistema elettorale molto complicato (ballottaggio, premio di maggioranza, soglia di sbarramento, eccetera). I parlamentari , di qualunque partito, non avrebbero votato un più semplice, ma anche molto più efficace, sistema elettorale maggioritario con collegi uninominali (troppo rischioso dal loro punto di vista).
Se a dicembre vincerà il Sì, però, forse Renzi sarà politicamente così forte da potere imporre al Parlamento una legge elettorale che meglio si adatti alla nuova Costituzione.

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