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Feb 13

La mobilitazione mondiale fa ben sperare il Venezuela

Fonte: Corriere della Sera

di Ian Bremmer

Il cambiamento non sarà facile, perché l’esercito è ancora con Maduro e la situazione economica è disastrosa. Tuttavia l’interesse internazionale conta


Quasi il 90 per cento della popolazione venezuelana vive ormai in povertà. Secondo le proiezioni dell’Fmi, l’inflazione raggiungerà entro il prossimo anno quota 10 milioni per cento; già ora i cittadini sono costretti a girare con carriole di banconote (non è una metafora) per comprare beni di prima necessità come pane e latte… quando sono abbastanza fortunati da trovarli sugli scaffali dei negozi. Dal 2015 a oggi, più di tre milioni di persone hanno lasciato il Paese. Il mondo ha assistito con crescente sgomento alla parabola del Venezuela — un’economia un tempo sorretta dalle più vaste riserve accertate di petrolio del globo — da nazione prospera a catastrofe umanitaria nel giro di meno di un decennio. E tuttavia, per la prima volta dall’arrivo al potere (nel 2013) del presidente Nicolás Maduro, la situazione politica in Venezuela sembra finalmente avviata a una svolta. Già questo sarebbe un motivo per festeggiare, ma sta succedendo anche qualcosa di fortuito e inaspettato. Qualcosa che va ben al di là della reazione popolare a condizioni di vita orribili o delle rivolte contro un regime repressivo. Quel copione è infatti andato in scena in molte altre epoche e in molti altri luoghi. L’eccezionalità dell’odierno stato di cose in Venezuela sta nel fatto che l’opposizione interna è sostenuta da un vero e proprio schieramento di potenze straniere, intervenute su una questione che non riguarda il loro interesse nazionale in senso stretto. Un movimento di opposizione oppresso e lacerato dai tanti problemi del Paese e dal tenace sostegno militare verso un governo inetto si è raccolto attorno a Juan Guaidó, il 35enne ingegnere e presidente del Parlamento venezuelano. Guaidó ha avuto l’ardire di porsi come figura di riferimento e guida unitaria per i venezuelani, forte della posizione di leader eletto dell’Assemblea Nazionale, ma anche del coraggio indispensabile per invocare la Costituzione e proclamarsi «presidente ad interim» fino allo svolgimento di elezioni libere e giuste. La sua ambizione a rinnovare un sistema politico corrotto come quello venezuelano, tuttavia, si nutre anche dell’ampio e profondo sostegno di gran parte della comunità internazionale.
Al momento in cui scrivo, più di venti Paesi hanno riconosciuto Guaidó come leader legittimo del Venezuela, tra cui Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania e tutti i vicini latinoamericani di Caracas, eccetto il Messico. Ci sono stati altri leader di opposizione prima di Guaidó, ma Maduro li ha soppiantati tutti. Ora che una pletora di governi stranieri si è schierata a sostegno del giovane sfidante, toglierlo di mezzo non sarà tanto semplice. E in un mondo in cui l’approccio dominante in politica estera è quello dell’«ognun per sé», la novità è a dir poco sorprendente. Ancor più straordinario è il fatto che sia stata l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump a prendere l’iniziativa e farsi promotrice di una risposta internazionale all’impasse politica del Venezuela. La decisione a sorpresa, da parte americana, di adottare la linea ferma contro il regime Maduro (sfoderando sanzioni contro la compagnia petrolifera di Stato Pdvsa, e cedendo il controllo di alcuni asset venezuelani parcheggiati negli Stati Uniti direttamente a Guaidó) sembra contraddire l’approccio trumpiano alla politica estera e il suo «America First». La nuova attenzione della Casa Bianca per la democrazia venezuelana, tuttavia, è frutto dell’impegno del senatore Usa Marco Rubio (un cruciale alleato repubblicano convinto che gli sviluppi in Venezuela influiscano in maniera decisiva sulla sua base elettorale in Florida) e dell’intransigenza dello staff presidenziale, a partire dal consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.
Non è chiaro se Trump abbia a cuore le condizioni del popolo venezuelano più di quelle dei siriani o dei musulmani Rohingya nel Sudest asiatico, ma di sicuro gli preme mostrarsi potente e influente sulla scena geopolitica, e finora le mosse della sua amministrazione rispetto al Venezuela hanno comportato rischi minimi per gli interessi statunitensi. Certamente aiuta il fatto che il petrolio venezuelano sia molto meno importante per il mix energetico Usa rispetto al passato, per cui Washington gode di più ampi margini di offensiva sul fronte diplomatico. Altrettanto vale per la circostanza che Maduro è molto meno utile alle macchinazioni geopolitiche delle potenze straniere di quanto non sia il siriano Bashar al-Assad per Paesi come la Russia e l’Iran, e che il suo governo si è guadagnato la fama di cattivo pagatore del debito estero. Il mero interesse umanitario non è mai sufficiente a mettere in moto un intervento straniero, ma la crisi venezuelana e il profondo cinismo del governo Maduro hanno avuto esattamente quell’effetto. Non è detto che sia in arrivo un vero cambiamento. Maduro ha dato ripetutamente prova della sua capacità di resistenza, soprattutto perché l’esercito venezuelano non si è ancora reso conto che lasciarlo al suo posto è molto più rischioso che mandarlo in esilio. Inoltre, quando avrà finalmente una nuova leadership, il Venezuela dovrà fare i conti con innumerevoli problemi, a cominciare dal debito astronomico e dalle ricadute dell’ormai decennale fuga dei cervelli. L’odierna mobilitazione di tanti governi stranieri offre però la speranza che il popolo venezuelano abbia finalmente davanti a sé giorni migliori.

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