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Ott 15

La mina di Di Battista sul congresso 5Stelle: no alla deroga per i due mandati e al voto da soli

Fonte: La Stampa

di Federico Capurso

L’esponente grillino: anche le le nomine ministeriali siano coordinate dal Movimento. Scontra tra Lombardi-Casaleggio sulla piattaforma Rousseau: i conti non tornano

L’agenda 2020-2030 per il Movimento 5 stelle, presentata sui social da Alessandro Di Battista in vista del congresso che si terrà tra meno di un mese, è una mina posizionata alle fondamenta del progetto di governo giallorosso e nel cuore del gruppo di potere di Luigi Di Maio. Di Battista vuole una «collocazione autonoma del Movimento rispetto a destra e sinistra» e, se al congresso passerà la sua mozione, «a prescindere dalla legge elettorale che verrà approvata, il Movimento, nel 2023, si presenterà da solo alle elezioni politiche». Una cannonata sparata sui progetti costruiti nel campo progressista da Giuseppe Conte e da Beppe Grillo. Poi, scava la più profonda delle trincee intorno al limite dei due mandati: «Massimo due legislature – si legge -. Chi ha compiuto due mandati (anche non interi) avrà la possibilità di candidarsi, una sola volta, nei comuni di appartenenza». E anche «le nomine ministeriali degli esponenti del M5S – scrive Di Battista – siano coordinate dal Movimento» e non, invece, in autonomia dal ministro e da palazzo Chigi.
Non parla solo di riorganizzazione interna. La prima parte della sua agenda è destinata alle misure per fronteggiare la crisi post-Covid, intrise delle parole d’ordine del primo Movimento. Quasi una lista delle promesse non mantenute finora dai pentastellati. Si rispolvera il «sostegno straordinario alla piccola e media impresa e ai lavoratori autonomi a partire da una corposa riduzione del carico fiscale», ma anche «incentivi pubblici per chi, grazie alle opportunità di smart working, intende lasciare le grandi città e ripopolare i centri urbani scarsamente abitati». C’è lo «stop alle grandi opere inutili», con investimenti da dirottare su «manutenzione e ammodernamento dell’ordinario»: tutto questo, mentre il governo studia una potente cura del ferro per il Mezzogiorno e rimette mano al progetto del ponte sullo Stretto. Ancora, legge sull’acqua pubblica e investimenti nell’economia circolare, con l’equiparazione – in salsa populista – dei reati ambientali all’omicidio preterintenzionale. Persino l’istituzione del servizio civile ambientale che – e qui il sapore è berlusconiano – creerebbe secondo “Dibba” «fino a 200.000 posti di lavoro all’anno (per i prossimi 5 anni) per giovani under 32». Insomma, la vecchia promessa di 1 milione di posti di lavoro.
C’è spazio anche per l’Europa, dove si dovrà chiedere lo stop definitivo al Patto di Stabilità e crescita, al Mes e all’austerity. Vorrebbe, inoltre, «la modifica dello statuto della Banca Centrale Europea che dovrà diventare prestatore di ultima istanza (cosa che di fatto già sta facendo adesso)». C’è anche un capitolo legato all’editoria, con una «legge sugli editori impuri», al numero 19 del programma, che prevede la «drastica riduzione dell’accentramento di potere mediatico nelle mani di imprenditori che usano i media per interessi privati che nulla hanno a che vedere con la libera informazione» e «l’abolizione definitiva dei finanziamenti pubblici all’editoria». Di Battista affronta anche il nodo delle concessioni di servizio pubblico prevedendo «il controllo pubblico delle rete autostradale italiana» e una legge sulla Rai che tenga «fuori la politica dal sistema radio-televisivo nazionale e stop alle lottizzazioni partitiche per tutte le nomine pubbliche le quali devono essere improntate ai principi di meritocrazia e trasparenza e non a quelle di spartizione di potere».
È, quindi, un piano che porta ad una nuova radicalizzazione del Movimento, a uno smantellamento del progetto moderato di Di Maio, e al posizionamento da outsider di Di Battista nel cosmo grillino, lontano dal potere e dai palazzi, ma vicino agli attivisti delusi e all’acerrimo nemico di gran parte degli eletti M5S: Davide Casaleggio. Per Dibba, infatti, «la piattaforma Rousseau è il cuore del Movimento 5 Stelle e va rafforzata per continuare a diffondere ed esercitare la democrazia diretta e permettere agli iscritti di esercitare la giusta pressione sui portavoce».
Una posizione che emerge nel giorno in cui Roberta Lombardi, membro del comitato di garanzia interna e volto storico del Movimento, accusa l’associazione Rousseau, presieduta da Casaleggio, di «gettare benzina sul fuoco inutilmente». Ne nasce un botta e risposta durissimo, sui social, in piena luce. Al centro della polemica finisce il servizio di tutela legale degli eletti M5S (lo Scudo della Rete) gestito da Rousseau e recentemente sospeso da Casaleggio a fronte del mancato pagamento della quota mensile di 300 euro da parte di alcuni deputati e senatori. In mattinata circola nelle chat una lettera da inviare a Casaleggio, ma prima che possa essere spedita, l’associazione Rousseau risponde piccata sul blog alle accuse di scarsa trasparenza. Ma per Lombardi è un assist: «Ci avete invitato a controllare il rendiconto e lo abbiamo fatto», scrive l’ex deputata. «Rousseau ha incamerato, ad esempio, solo nel 2019, per lo Scudo, 320mila euro, ne ha spesi 20mila e ne ha accantonati 125mila nel fondo per le spese legali. Dunque restano ben 175mila euro che avrebbero potuto finanziare abbondantemente il servizio, senza la necessità di doverlo sospendere. Cosa che invece è stata fatta». Così, punge Lombardi, «i conti non tornano».

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