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Ott 17

La manovra e l’illusione della spesa pubblica

Fonte: Corriere della Sera

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi


Dopo la crisi del 2008 le banche centrali hanno fatto il possibile per evitare che si ripetesse il disastro degli anni Trenta e la crescita è ripresa, quasi ovunque. Oggi per sostenerla ed evitare la recessione, che alcuni ritengono si stia avvicinando, occorrono però altri strumenti. Una teoria assai diffusa fra gli economisti è che nel mondo vi sia troppo risparmio, poca spesa, pochi investimenti, quindi scarsa domanda e crescita insufficiente. La scarsità di domanda a livello globale dipende in gran parte dalla straordinaria quantità di risparmio delle famiglie cinesi. Mentre in Europa e negli Stati Uniti le famiglie risparmiano il 10 per cento circa del loro reddito disponibile (un po’ più in Europa, un po’ meno negli Stati Uniti), il tasso di risparmio delle famiglie cinesi è il 50 per cento. Il motivo è che in Cina non esiste, o quasi, una rete di sicurezza pubblica: in molte province non vi è un sistema sanitario pubblico, nè scuole pubbliche, nè pensioni pubbliche. Il risultato è che le famiglie risparmiano per mandare i figli a scuola, per far fronte all’eventualità di una malattia o semplicemente per la loro vecchiaia. Basterebbe che la Cina, che rappresenta poco meno di un quinto dell’economia mondiale, introducesse una rete di sicurezza pubblica, per far scomparire, o quasi, il problema dell’eccesso di risparmio al mondo. Prima o poi ci si arriverà ma finora non è accaduto. Una guerra commerciale con la Cina, che ostacolerebbe il consumo dei nostri prodotti da parte delle famiglie cinesi, non farebbe che peggiorare la situazione.
Anziché affrontare il macigno, il consumo cinese, si discute del sassolino che potrebbe compensarlo. Si dice cioè che sono i Paesi occidentali che devono risparmiare di meno. Una conclusione che normalmente si traduce in: bisogna aumentare la spesa pubblica. Non è così. Il Giappone insegna: in trent’anni la spesa pubblica è cresciuta di dieci punti, in percentuale del Pil: dal 30 al 40 per cento, senza apprezzabili effetti sulla crescita che rimane prossima a zero. Il problema è che spesa pubblica significa per lo più infrastrutture (gli investimenti pubblici in Giappone rappresentano circa il 20 per cento del totale della spesa pubblica) e spesa sociale, due componenti che spesso non aiutano la crescita nel lungo periodo. La spesa sociale (che è necessaria per sostenere la solidarietà) perché spesso crea incentivi a uscire dal mercato del lavoro relativamente presto, mentre l’aspettativa di vita aumenta, perché riduce gli incentivi a trovare un posto di lavoro quando lo si è perso. Le infrastrutture perché oltre a un certo livello, necessario per eliminare colli di bottiglia che effettivamente ostacolano la crescita, il contributo delle opere pubbliche alla crescita diminuisce rapidamente. Lo stesso accade in molti Paesi europei dove la spesa pubblica si aggira intorno al 50 per cento del Pil.
Ma aumentare la spesa pubblica non è il solo modo per ridurre il risparmio di un Paese. L’alternativa è abbassare le tasse, cioè aumentare la capacità di spesa delle famiglie e delle imprese, anziché dello Stato. L’obiezione è che molte famiglie, invece di spendere di più, deciderebbero di risparmiare il maggior reddito di cui disporrebbero grazie al taglio delle tasse. È possibile che alcune lo facciano, soprattutto in un mondo in cui l’incertezza è aumentata. Ma non tutte. Gli «80 euro» del governo Renzi furono in gran parte spesi e contribuirono all’aumento dei consumi (come hanno dimostrato Andrea Neri, Concetta Rondinelli e Filippo Scoccianti in un lavoro di ricerca della Banca d’Italia).
Il modo per far sì che un taglio delle tasse si traduca in maggiori consumi è concentrarlo sui redditi più bassi, cioè sulle famiglie che risparmiano meno (lo studio della Banca d’Italia mostra che l’effetto positivo sui consumi è stato maggiore per le famiglie con minore ricchezza liquida o con redditi più bassi: queste hanno dedicato ai consumi circa l’80 per cento del bonus). Lo stesso vale per le imprese. Le grandi aziende oggi sono piene di liquidità e se non ne hanno a sufficienza possono emettere obbligazioni e scontarle alla Bce in cambio di liquidità. Non è automatico che per queste imprese meno tasse significhino più investimenti. Ma le imprese più piccole, anche quelle più produttive che diventeranno grandi perché efficienti in futuro, non possono emettere obbligazioni e devono portare in banca garanzie reali per ottenere un allargamento della loro linea di credito. Per queste aziende, meno tasse significano più investimenti.
Ma sia che si usi la politica fiscale aumentando la spesa (un errore) sia che la si usi riducendo le tasse (giusto), il vincolo di bilancio dello Stato rimane. Sono pochi i Paesi che possono permettersi di lasciar aumentare il debito. Sono quelli con poco debito pubblico e grande credibilità accumulata in passato che possono permettersi di lasciar crescere il debito per qualche anno. Altri, come il nostro, no. In questi Paesi un ulteriore aumento del debito può scatenare una crisi che vanificherebbe il tentativo di aumentare la domanda e renderebbe necessario il contrario: aumenti di tasse o tagli draconiani alla spesa. In Paesi come il nostro meno tasse significa meno spesa. Fortunatamente l’evidenza empirica suggerisce che una simile manovra — tagli di spesa accompagnati da riduzioni delle tasse — sarebbe anch’essa espansiva.

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