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Ott 17

La manovra 2019, un atto di fede: dalle stime sul Pil alla lotta agli sprechi

Fonte: Corriere della Sera

di Enrico Marro

Il governo, dopo la promessa che avrebbe ridotto gli sprechi, non ha saputo fare di meglio che finanziare l’aumento della spesa pubblica col ricorso all’indebitamento. Che si fermerà al 2,4% del Pil solo se quest’ultimo crescerà dell’1,5%


La prima manovra del «governo del cambiamento» vuole essere ambiziosa, sia nelle dimensioni sia nei contenuti. Non solo. Si propone come una sfida rispetto alle manovre dei precedenti governi e nei confronti delle regole europee, che imporrebbero all’Italia, Paese con un debito pubblico del 130% del prodotto interno lordo, una rigorosa disciplina di bilancio. In realtà, le ambizioni si ridimensionano una volta depurate dalla propaganda. E la sfida è fondata più su una scommessa ai limiti dell’azzardo che su solide basi. Tanto è vero che l’organismo indipendente di sorveglianza sui conti pubblici, cioè l’Ufficio parlamentare di bilancio, non ha validato, come richiesto dalla legge, il quadro programmatico del governo posto alla base del disegno di legge di Bilancio e del decreto fiscale approvati ieri dal Consiglio dei ministri.
Una manovra da 37 miliardi per il 2019 sembra di notevole entità. Ma essa, una volta tolti i 12 miliardi e mezzo che il governo è «costretto» a impiegare per impedire l’aumento dell’Iva lasciato in eredità dai precedenti esecutivi, si riduce a circa 25 miliardi, destinati per 17 miliardi alle due misure principali: «reddito e pensione di cittadinanza» da una parte e «quota 100» dall’altra.
Della flat tax, che la Lega aveva messo in cima al suo programma elettorale, c’è ben poco: un’estensione della platea delle partite Iva ammesse al regime forfettario del 15 per cento e la riduzione dell’Ires sugli utili reinvestiti, mentre spariscono riduzioni d’imposta importanti per le imprese, come l’Ace, Aiuto alla crescita economica, e l’Iri, che doveva scattare dal 2019.
La dual tax sull’Irpef per le persone fisiche, con le aliquote del 15 e del 20 per cento, è stata rinviata per far posto all’aumento della spesa pubblica a favore di poveri, disoccupati e pensionati. Partire dai più bisognosi è giusto. Farlo mettendo a rischio la stabilità del bilancio pubblico potrebbe rivelarsi un boomerang a danno degli stessi soggetti.
Purtroppo il governo, dopo la promessa che avrebbe spianato la montagna degli sprechi, non ha saputo fare di meglio che finanziare l’aumento della spesa pubblica col ricorso all’indebitamento. Che, è bene sottolinearlo, si fermerà al 2,4 per cento del prodotto interno lordo soltanto se quest’ultimo crescerà dell’1,5 per cento l’anno prossimo, ma ci crede solo l’esecutivo. Sono le stesse cifre fornite in Parlamento dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a dirlo: oltre che con 22 miliardi di maggior deficit, la manovra è finanziata da 8,1 miliardi di aumento delle entrate e da 6,9 miliardi di tagli della spesa. Gli sprechi che Movimento 5 Stelle e Lega hanno trovato si riducono a misure simboliche, come i tagli ai vitalizi dei consiglieri regionali, o esposte a piogge di ricorsi alla magistratura, come le penalizzazioni per le cosiddette «pensioni d’oro». Per il resto si prevedono tagli ai ministeri e agli acquisti centralizzati tutti da verificare.
Le entrate, invece, saliranno per via dell’abolizione dell’Ace e dell’Iri appunto, e grazie ai condoni. Ce ne sono addirittura quattro, sia pure in forme diverse: la rottamazione ter; la cancellazione pura e semplice delle vecchie cartelle fino a mille euro; la sanatoria sulle liti pendenti; il condono sui redditi evasi fino a 100 mila euro. Uno schiaffo a tutti i contribuenti onesti e anche ai cittadini che quando prendono una multa la pagano. Il tutto nemmeno accompagnato da un credibile piano di lotta all’evasione fiscale, perché non può considerarsi tale la stantia minaccia delle manette agli evasori. Circa dieci milioni di contribuenti potranno prendere le vecchie mini cartelle e buttarle nel cestino. Altri 400 mila potranno valutare se andare in pensione a 62 anni (ma saranno poche le donne ad avere i 38 anni di contributi necessari). Altri cinque milioni sono potenziali beneficiari del reddito e della pensione di cittadinanza. Decine di migliaia di giovani entreranno nel pubblico impiego. Altri, ma non in rapporto di uno a uno, verranno assunti nel privato grazie alle uscite con «quota 100».
Tutto continuando a fare debito pubblico, immaginando una macchina pubblica che si metta a funzionare a meraviglia e scommettendo che questa manovra elettorale (a maggio ci sono le europee) ribalti il trend in frenata dell’economia. Un atto di fede.

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