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Mar 04

La Libia oggi: cosa resta di Berlino?

Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

Cosa rimane di quella Conferenza che doveva gettare le basi di una stabilizzazione della Libia? La risposta migliore l’ha fornita l’inviato dell’Onu Ghassam Salamé rassegnando le dimissioni

Cosa resta di quella Conferenza di Berlino che doveva gettare le basi di una stabilizzazione della Libia? La risposta migliore l’ha fornita l’inviato dell’Onu Ghassam Salamé rassegnando le dimissioni. Diplomatico libanese, Salamé si è trincerato dietro le consuete «ragioni di salute».
Ma non è difficile capire che sono state piuttosto la disperazione e l’impotenza a consigliargli di gettare la spugna. Il primo traguardo della road map indicata a Berlino era lo stabilimento e il consolidamento di una tregua d’armi tra il partito del cirenaico Haftar e quello del tripolino al-Serraj: prima bizze da entrambe le parti, poi fallimento del negoziato di Ginevra. Nel frattempo, Haftar e i suoi padrini (Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Russia con i suoi mercenari) hanno ripetutamente bombardato con missili il porto di Tripoli, l’aeroporto, e le postazioni tenute dai consiglieri e miliziani filo-turchi. Perché al-Serraj si è naturalmente difeso, con le risorse militari fornitegli da Ankara e dal Qatar. Gli appelli rivolti dall’Italia agli Stati Uniti per un loro maggior coinvolgimento sono caduti nel vuoto. L’Europa, accusata di incapacità (ma in realtà paga anni di disattenzione e di politiche sbagliate) si è difesa mettendo in cantiere una operazione navale post-Sophia che ha poche probabilità di riuscire a fermare le forniture di armi che arrivano in Libia. La Russia e la Turchia, ai ferri corti in Siria, si sono sparate senza dirlo in Libia, ma il loro progetto energetico per tutto il Mediterraneo non è entrato in crisi e la Libia ne è parte fondamentale. Così, mentre sono angosciate dal coronavirus e incalzate dai ricatti di Erdogan con i migranti siriani che premono sui confini greci, l’Europa e l’Italia finiscono di perdere la Libia. Questo ha voluto urlare Ghassam Salamé. E sbaglieremmo a far finta di non sentire.

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