La lezione (vera) delle urne

Fonte: Corriere della Sera

di Sabino Cassese

Hanno perso tutti, anche le istituzioni, perché più grandi sono i comuni, minore è stata la partecipazione


Hanno perso tutti. Hanno perso le forze politiche che hanno dovuto rivolgersi all’esterno per trovare un candidato, perché all’interno non erano riuscite a selezionare e formare una classe dirigente. Hanno perso le classi politiche locali perché i votanti nelle elezioni comunali sono diminuiti nell’ultimo decennio più del doppio dei votanti nelle elezioni politiche. Hanno perso i vincitori dei ballottaggi perché hanno ottenuto l’appoggio solo di un quarto o di un quinto dell’elettorato.
Hanno perso le istituzioni, perché più grandi sono i comuni, minore è stata la partecipazione (non compensata dalle circoscrizioni, che erano state introdotte nel 1976, dopo l’esperienza dei consigli di quartiere, per bilanciare le dimensioni dei comuni più popolosi). Ha perso, infine, anche la retorica dei Comuni come istituzione più vicina ai cittadini, se a votare i deputati va alle urne il 73 per cento circa dell’elettorato e a votare i sindaci va il 55 per cento circa dell’elettorato, perché ritiene di second’ordine le elezioni locali.
Le forze politiche dovrebbero ora trarre la lezione da questi insuccessi. Separando il contingente dal duraturo, dovrebbero capire che, prima di conquistare un elettorato, dovrebbero conquistare degli iscritti e dei proseliti. Altrimenti, resteranno circuiti chiusi nelle direzioni nazionali, incapaci di far sorgere, selezionare ed educare una classe di amministratori pubblici. Se continueranno a fondarsi -— come oggi — su sabbie mobili (basta calcolare i non votanti e controllare i flussi elettorali) resteranno quello che sono oggi, un leader e la sua corte. La fragilità odierna dei partiti (i loro attuali iscritti sono un ottavo degli iscritti ai partiti del dopoguerra, mentre la popolazione è aumentata di circa 10 milioni) e la fluidità del loro elettorato derivano dall’assenza di una vera e propria offerta politica e dalla dittatura del quotidiano (ogni giorno uno slogan, ogni giorno un sondaggio). C’è, invece, un interesse per la politica che aprirebbe ai partiti campi estesi. L’indagine Istat sulla partecipazione politica mostra che si informa della politica e ne parla tre quarti degli italiani con più di 14 anni, mentre meno di un decimo si impegna in una partecipazione politica attiva. Ecco, dunque, un campo vastissimo aperto per forze politiche che siano veramente interessate al proprio futuro e all’avvenire del Paese.
Un’altra lezione dovrebbe essere tratta per le istituzioni. Bisogna partire dal basso, riconoscendo che nei municipi e circoscrizioni, restati sempre a mezz’aria, sono spesso anche andati a finire inetti di seconda categoria. Sarebbe ora, quindi, di ritornare sulla riforma del 1976, solo ritoccata nel 1990 e nel 2000.
Poi, mentre il Parlamento si gingilla con illusorie proposte su Roma capitale (c’è persino chi vuole farla diventare la ventunesima regione italiana), bisogna valutare le dimensioni dei comuni, perché non tutti hanno una dimensione ottimale, o perché troppo piccoli, o perché troppo grandi.
Infine, va fatta una riflessione sulla organizzazione stessa della rete locale dei poteri pubblici, ai quali si rivolge una continua richiesta da parte dei cittadini, senza però che questi siano coinvolti nella loro azione. Un sintomo — questo non italiano — viene dal Regno Unito, il Paese con più antica tradizione di «self government»: lì il «turnout» elettorale (l’affluenza alle urne alle elezioni locali) oscilla intorno a un terzo dell’elettorato: c’è, insomma un segno di crisi che va considerato.

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