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Nov 29

La lezione della Brexit: un errore, comunque vada

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Armellini

Theresa May ha incassato dal vertice Ue un accordo che era l’unico possibile e che ora dovrà vendere a un’opinione pubblica preoccupata e divisa

E adesso cosa succederà? Theresa May ha mostrato doti di passista che pochi le riconoscevano, evitando che le dimissioni nel suo governo diventassero valanga, respingendo l’assalto di Jacob Rees-Mogg — rappresentazione paradossale dell’insularismo britannico — per una mozione di sfiducia, giocando sulle paure di un partito conservatore incapace di trovarle un successore. Ha incassato dal Consiglio Europeo straordinario del 25 novembre un accordo che era l’unico possibile e che ora dovrà vendere a un’opinione pubblica sempre più preoccupata e divisa.
La battaglia si sposta alla Camera dei Comuni dove i giochi sono tutti aperti. La saldatura nei conservatori fra coloro che come Boris Johnson insistono per una uscita secca dall’Ue, e coloro che con Jo Johnson (il «fratello intelligente di Boris» come veniva ironicamente chiamato a Downing Street) respingono dal versante opposto l’accordo e chiedono un secondo referendum per cancellare la brexit, rende tutt’altro che scontato l’esito del voto. L’ira degli unionisti nordirlandesi che gridano al tradimento potrà essere governata, ma la May non potrà fare troppo affidamento sul «soccorso rosso» dei laburisti filoeuropei: Jeremy Corbyn dell’Europa in cuor suo diffida e punta a forzare la situazione per arrivare a una elezione anticipata che pensa di vincere. L’errore clamoroso di aver preso una decisione di portata storica per un calcolo politico di corto respiro senza valutarne le conseguenze, si fa sentire.
Cosa succederebbe nel caso di una sconfitta ai Comuni in dicembre? Sono in molti a pensare che l’opzione della «hard brexit», sarebbe un disastro e la voce dei suoi sostenitori si fa sempre più chioccia. La May potrebbe riproporre ai Comuni un testo modificato secondo le linee dell’accordo di associazione fra la Ue e la Norvegia, con cui riprendere la trattativa a Bruxelles. Un nuovo referendum per scegliere fra «hard brexit», conferma dell’accordo attuale o rientro nell’Ue, che appariva sino a poco fa impraticabile, sta guadagnando terreno. Anche se i Ventisette e la Commissione — che devono tenere conto delle loro prossime scadenze elettorali — fossero disponibili a riaprire un tavolo appena faticosamente chiuso, le complicazioni sono molte.
Per proseguire il negoziato, come per indire un referendum, mancano i tempi tecnici a meno che il Consiglio Europeo proroghi all’unanimità il termine del 29 marzo 2019 per l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. A parte qualche mal di pancia la cosa dovrebbe essere possibile, ma la proroga dovrebbe essere richiesta da Londra e ciò suonerebbe a smentita della linea seguita sin qui dalla May, creando rivolte di opposto segno nel partito conservatore. E tuttavia, il muro contro muro potrebbe fare di un nuovo referendum l’unica alternativa a nuove elezioni, in veste di inedita ciambella di salvataggio per il governo. Il risultato potrebbe sancire stavolta la vittoria — di misura — del «remain», ma i problemi sarebbero tutt’altro che finiti.<
Cancellare la brexit farebbe tirare un sospiro di sollievo a tutti, ma attenzione. La Gran Bretagna aveva ottenuto concessioni importanti, a partire dal bilancio e dal rapporto mercato unico-unione doganale, e punterebbe certamente ad ottenerne la conferma nel nuovo negoziato sui termini del rientro, aggiungendo le nuove eccezioni a quelle conseguite in passato. Sulla trattativa peserebbe il contrasto fra le rispettive percezioni: se per i Ventisette la brexit è una stortura pericolosa, che è bene cancellare prima che i suoi effetti minino la struttura dell’Unione, per Londra il rientro nell’Ue verrebbe visto come un gesto di responsabilità e un contributo fondamentale al suo rafforzamento, da riconoscere e tutelare come e più di prima. Una Ue nuovamente a Ventotto sarebbe un vantaggio per tutti, ma sarebbe un vantaggio né facile né gratuito.
Dunque? La confusione regna ma, visto che le maggioranze parlamentari è raro che si suicidino con elezioni perse in partenza, e che un referendum sarebbe difficile e incerto, la May potrebbe alla fin fine avere buon gioco nel convincere i Comuni ad accettare da subito l’accordo da lei raggiunto, giocando un po’ sul ricatto, un po’ sulla mancanza di alternative. Toccherebbe alla «dichiarazione politica» che l’accompagna definire, nel miglior stile brussellese, i nodi ancora aperti, a partire da quello dell’Irlanda, utilizzando il periodo transitorio che dovrebbe durare sino al 2020, ma che potrebbe essere prolungato per tutto il tempo necessario.
Se così sarà, la Gran Bretagna entrerà in un rapporto di associazione con l’Ue con alcuni vincoli in meno, ma con assai minori vantaggi di quelli cui aveva diritto come paese membro. Anche le democrazie più stabili ed antiche, cui tanti guardano, possono commettere harakiri. E poi, si sa: Dio accieca…

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