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Mar 02

La fragilità che turba la Francia

Fonte: Corriere della Sera

di Aldo Cazzullo

Le presidenziali francesi sono ormai una via di mezzo tra il romanzo balzachiano e la serie tv: un po’ Comédie Humaine, un po’ House of Cards. Per la prima volta, le due forze costitutive della Quinta Repubblica rischiano di non essere rappresentate al ballottaggio per l’Eliseo. La Gauche si è già suicidata: eliminati il presidente Hollande e il primo ministro Valls, si è divisa tra due candidati radicali, Hamon e Mélenchon, al momento quarto e quinto nei sondaggi. Ma ieri anche la Droite repubblicana ha fatto un altro passo verso il baratro: François Fillon, vincitore a sorpresa delle primarie, considerato già il presidente in pectore, è sul punto di essere indagato, con l’accusa di aver versato un milione di euro di fondi pubblici alla moglie per non lavorare. Questo significa che Marine Le Pen, per usare un’espressione militare cara a suo padre, ha «una finestra di tiro»: un’opportunità. È la tempesta perfetta. «Se sarò indagato ritirerò la candidatura» aveva detto Fillon. La temuta «mise en examen» è annunciata per il 15 marzo; per ritirare la candidatura c’è tempo solo fino al 17. A destra c’è chi è arrivato a proporre di rinviare le elezioni. Si cerca disperatamente di cambiare cavallo; ma Sarkozy con i giudici è messo anche peggio. Qualcuno invoca il vecchio Juppé. Altri vorrebbero mettere in campo Bruno Le Maire, che alle primarie ha preso il 2,5 per cento. Un’altra carta di riserva sarebbe Xavier Bertrand, che ha già battuto Marine nel Nord-Pas-de-Calais con i voti della sinistra. Ma finché Fillon non molla, non può scattare il piano B.
In ogni caso, la destra avrà un candidato indebolito dagli scandali, o debole di suo. Secondo i sondaggi, al ballottaggio contro la donna forte arriverebbe il centrista Emmanuel Macron, che, potrebbe vincere pescando voti sia a destra sia a sinistra; ma la sua candidatura è più solida sui giornali che nel popolo. Macron non ha un partito, non ha un territorio alle spalle, ha appena 39 anni, una vita privata chiacchierata e due formidabili nemici: Putin con i suoi hacker e il califfo con i suoi islamisti, che tifano apertamente per Marine Le Pen e la fine dell’Europa. Gli altri scenari sono se possibili peggiori. Se per il secondo posto dovesse farcela Fillon, la sinistra che si è molto radicalizzata voterebbe per l’uomo della destra borghese, che vuole tagliare mezzo milione di funzionari pubblici? E se invece dovesse spuntarla Hamon, la destra borghese voterebbe per l’uomo che minaccia di seppellirla di tasse e tiene una linea morbida su Islam e immigrazione?
Sullo sfondo, una terra meravigliosa, il Paese con più turisti e con il miglior sistema sanitario pubblico, che però sente di non essere e non contare più nulla, e appare sempre più sfibrato dopo dieci anni di crisi. Quasi il 50% del capitale delle prime 40 aziende è in mano agli stranieri; metà della Francia non è più francese, almeno nella mentalità che esercita ormai un’egemonia culturale. Il protezionismo batte il liberalismo, la nazione prevale sul globo. La vittoria della figlia di Jean-Marie Le Pen resta improbabile; ma non è più impossibile. E sulle istituzioni economiche e politiche mondiali avrebbe un impatto ancora più devastante di quella di Donald Trump. In America il sistema reggerà, perché ha dimostrato di avere anticorpi in grado di reagire, dal giornalismo che non fa sconti al presidente alla magistratura che ne annulla i bandi illegittimi. Ma il corpo dell’Europa è molto più debole, perché questi anticorpi non li ha. Marine presidente ne segnerebbe la morte. Molti se ne rallegrerebbero, anche in Italia; ma la loro sarebbe una triste gioia.

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