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Ott 03

La disoccupazione nell’Eurozona. Il testo integrale del discorso di Draghi

ECONOMIA/SPECIALE EUROPA

Fonte: Adnkronos

economia

Nessuno in una società è immune dalla elevata disoccupazione. Per i disoccupati stessi, è spesso una tragedia che ha effetti duraturi sul loro reddito. Per quelli che lavorano, aumenta la precarietà e mina la coesione sociale.

Per i governi, è un peso sulle finanze pubbliche che danneggia le prospettive elettorali. E la disoccupazione è al centro delle dinamiche macroeconomiche che determinano l’inflazione a breve e medio termine, il che significa che colpisce anche le banche centrali. Infatti, anche quando non ci sono rischi per la stabilità dei prezzi, ma la disoccupazione è alta e la coesione sociale a rischio, le pressione sulla banca centrale per rispondere invariabilmente aumentano. La questione chiave, tuttavia, è quanto possiamo davvero influenzare in modo sostenibile la disoccupazione, che a sua volta solleva il problema se le sue cause siano prevalentemente congiunturali o strutturali. Dal momento che siamo una unione monetaria di 18 paesi questa è per l’Eurozona necessariamente una questione complessa: ma lasciatemi comunque dare una breve panoramica di come la BCE attualmente valuta la situazione. Il primo punto da sottolineare è che l’area dell’euro ha subito un grande e prolungato shock negativo sul PIL, con gravi conseguenze per l’occupazione. Laddove gli Stati Uniti hanno registrato un aumento brusco e repentino della disoccupazione in seguito alla Grande Recessione, l’area dell’euro ha subito due balzi della disoccupazione associati a due recessioni di fila. Dall’inizio del 2008 all’inizio del 2011 lo scenario in entrambe le regioni è simile: i tassi di disoccupazione aumentano sensibilmente, si stabilizzano e poi cominciano a scendere a poco a poco. Ciò riflette le fonti comuni di shock: la sincronizzazione del ciclo finanziario nelle economie avanzate, la contrazione del commercio mondiale a seguito del fallimento di Lehman Brothers, seguito da una forte correzione dei prezzi delle attività – in particolareimmobiliari – in alcuni paesi. Dal 2011 in poi, tuttavia, gli sviluppi nelle due regioni divergono. La disoccupazione negli Stati Uniti continua a scendere più o meno allo stesso tasso. Nell’area dell’euro, d’altra parte, inizia un secondo aumento che non si ferma se non ad aprile 2013 Questa divergenza riflette un secondo choc, specifico dell’Eurozona legato alla crisi del debito sovrano, che ha provocato una recessione durata sei trimestri. Diversamente dallo shock post-Lehman, tuttavia, che ha interessato tutte le economie della zona euro, praticamente tutte le perdite di posti di lavoro registrate in questo secondo periodo sono state concentrate nei paesi che colpiti dalle tensioni sui mercati delle obbligazioni sovrane. La crisi del debito sovrano si e’ mossa attraverso vari canali, ma uno dei suoi effetti più importanti è stato quello di disattivare, in parte, gli strumenti di stabilizzazione macroeconomica. Sul versante fiscale, i servizi non di mercato – come la pubblica amministrazione, l’istruzione e la sanità – hanno contribuito positivamente al mercato del lavoro in quasi tutti i paesi nella prima fase della crisi, in qualche modo attenuando cosi’ lo choc. Nella seconda fase, invece, la politica fiscale è stata limitata da preoccupazioni sulla sostenibilità del debito e dalla mancanza di un backstop comune, specialmente dopo l’avvio di un dibattito circa la ristrutturazione del debito sovrano. E’ stato necessario un risanamento di bilancio necessario per ripristinare la fiducia degli investitori, provocando un aumento della pressione fiscale e un calo dell’occupazione nel settore pubblico che si è aggiunto al calo dell’occupazione in atto in altri settori. Le pressioni sui titoli sovrani hanno anche interrotto la trasmissione omogenea della politica monetaria in tutta l’area dell’euro. Nonostante i tassi molto bassi, il costo del capitale è in realtà aumentato in questo periodo nei paesi più colpiti, con una parallela stretta della politica monetaria e di quella fiscale. Quindi, un obiettivo importante della nostra politica monetaria in questo periodo è stato – ed è tuttora – riparare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Stabilire un legame preciso tra questi problemi e l’andamento della disoccupazione non è semplice. Tuttavia, le stime della BCE sul “gap del credito” per i paesi sotto pressione – ovvero la differenza tra i volumi effettivi e normali di credito in assenza di effetti della crisi – suggeriscono che queste condizioni di offerta di credito stanno esercitando un peso significativo sull’attività economica. Fattori ciclici hanno quindi certamente contribuito l’aumento della disoccupazione. E la situazione economica nell’area dell’euro suggerisce che stanno ancora giocando un ruolo. I dati più recenti sul Pil confermano che la ripresa nell’area dell’euro rimane uniformemente debole, con una crescita dei salari modesta anche nei paesi non sotto stress, il che indica una domanda debole. In queste circostanze, sembra probabile che l’incertezza sulla forza della ripresa stia pesando sugli investimenti delle imprese e rallentando la velocità con cui i lavoratori vengono riassunti. Ciò detto, ci sono segni che, perlomeno in alcuni paesi, una quota significativa di disoccupazione è anche strutturale. Ad esempio, la curva di Beveridge della zona euro – che riassume l’evoluzione della disoccupazione rispetto a un dato livello di domanda di lavoro (o offerte) – suggerisce l’emergere di uno sfasamento strutturale tra i mercati del lavoro dell’area dell’euro. Nella prima fase della crisi il forte calo della domanda di lavoro ha portato in un forte aumento della disoccupazione nell’area dell’euro, con un movimento verso il basso lungo la curva di Beveridge. La seconda recessione, invece, ha portato ad un ulteriore forte aumento del tasso di disoccupazione, anche se il tasso aggregato di posti vacanti ha mostrato evidenti segni di miglioramento. Ciò potrebbe significare uno spostamento verso l’esterno più permanente. Parte della spiegazione per questo andamento della curva di Beveridge sembra essere l’ampiezza della distruzione di posti di lavoro in alcuni paesi, che ha portato alla riduzione del livello di ricerca di lavoro, a prolungati periodi di disoccupazione e a una maggiore quota di disoccupazione di lunga durata. Ciò riflette, in particolare, il forte ridimensionamento del settore delle costruzioni, in precedenza ‘gonfiato’ e che , come conferma l’esperienza negli Stati Uniti, tende ad abbassare l’efficacia dell’incontro fra domanda e offerta. Entro la fine del 2013, il livello di disoccupati di lunga durata (quelli senza lavoro per oltre un anno) rappresentavano oltre il 6% della forza lavoro totale dell’area dell’euro – più del doppio del livello pre-crisi. Un’altra spiegazione importante sembra essere una mancanza di opportunità di reimpiego per i lavoratori poco qualificati, come dimostra la crescente disparità tra le competenze della forza lavoro e le competenze richieste dai datori di lavoro. L’analisi dell’evoluzione della disparita’ nelle capacita’ mostra un notevole incremento a livello regionale, nazionale e nell’Eurozona. La perdita di occupazione nell’area dell’euro è fortemente concentrata tra i lavoratori meno qualificati. Tutto sommato, le stime fornite dalle organizzazioni internazionali – in particolare, da Commissione Europea, OCSE e FMI – suggeriscono che la crisi ha portato a un aumento della disoccupazione strutturale in tutta l’area dell’euro, passando da una media (tra le tre istituzioni) dell’8,8% nel 2008 al 10,3% entro il 2013.

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