La (buona) rete sociale e i preziosi custodi del bello

Fonte: Corriere della Sera

di Ferruccio De Bertoli

Tra i nuovi progetti, uno potrebbe essere il simbolo di questa stagione: punta a combattere il degrado delle città e ad aiutare concretamente persone in difficoltà


Se c’è un effetto positivo della pandemia è tutto nel senso di comunità. Un capitale sociale non misurabile ma concreto. Lo sanno i tanti cittadini impoveriti costretti a contare sull’aiuto degli altri, i soggetti fragili, gli anziani. Una ricchezza di buone relazioni e sentimenti che non compare in alcun bilancio. Non si acquista. Si costruisce nel tempo. Eppure rappresenta un prestito di fiducia che va in qualche modo restituito. Un credito che altrimenti si disperde. Ma non vi sarà alcuna autorità, nazionale o europea, a raccomandarne il rispetto al pari di quello che dovrebbe accadere con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). E disperdere questo capitale intangibile, non mettere a frutto nel modo migliore le tante virtù emerse in questo periodo, non sarebbe un peccato, un’occasione persa — perché c’è tanto da fare di altro — bensì un delitto di cittadinanza.
Secondo l’ultimo rapporto Istat sul benessere sostenibile (Bes) del 2020, un terzo dei cittadini con più di 14 anni si è dichiarato molto soddisfatto delle proprie relazioni familiari e amicali. Se si aggiungono gli «abbastanza soddisfatti», si arriva quasi al 90 per cento. Otto persone su dieci sono consapevoli di poter fare sempre affidamento su una buona rete sociale. Secondo il Censis, il 42,3 per cento mette i vicini di casa tra le persone, a parte i familiari, dalle quali ha ricevuto, durante la pandemia, un aiuto nel caso di bisogno o goduto di una buona relazione. Ancor più dei colleghi di lavoro (il 31,1 per cento). Sono cresciuti i sostegni agli enti del Terzo Settore. Un italiano su sei ha fatto una, per quanto piccola, donazione. L’esercito dei volontari è considerevolmente aumentato: del 20 per cento in dieci anni.
Un capitale sociale che applica il principio di sussidiarietà (la radice è subsidium, sussidio), ma ce la fa da solo senza aspettare che lo finanzi il contribuente. Qual è il suo grande, e a questo punto non più tollerabile, limite? L’incapacità spesso di fare sistema, di moltiplicare con le opportune sinergie il fatturato del bene, i servizi, l’assistenza. Chi investe mette in conto il rischio di perdere il proprio capitale; chi dona (denaro o tempo) no. Si aspetta, giustamente, un risultato tangibile che però, non è sempre il massimo. Il Pnrr ha tra i suoi obiettivi la sostenibilità sociale e ambientale. La fiducia, altro capitale intangibile, è il carburante verde della ripresa e del riscatto. Cresce anche e soprattutto se gli spazi comuni — quelli che con gioia torniamo ad occupare — sono puliti e sottratti al degrado. Se li sentiamo nostri. E non estranei alla comunità.
C’è un progetto che potrebbe essere il simbolo di questa nuova stagione. È il frutto di un’alleanza fra Consorzio Communitas, gli Angeli del Bello ed Extrapulita. Tre grandi realtà del Terzo Settore. Ha due principali obiettivi: combattere il degrado, la sporcizia e l’incuria delle nostre città e aiutare concretamente persone in difficoltà, dando loro non solo un’occupazione ma soprattutto un percorso formativo e di riscatto sociale. Questi «custodi del bello» sono già attivi a Milano, Roma, Firenze e lo saranno, a breve, a Brescia, Biella e Savona. Città amministrate da sindaci di ogni orientamento. Squadre che potrebbero moltiplicarsi e cambiare il volto di tanti centri urbani, aree verdi, sottraendoli al degrado e restituirli più sicuri e frequentabili alle comunità. Inutile farsi illusioni, i Comuni con bilanci ancora più disastrati non saranno sempre in grado di assicurare un livello accettabile di servizi e manutenzione del territorio. Se il progetto di sviluppo dei «custodi del bello», adottato da Caritas, venisse realizzato, si avrebbero, nell’arco di otto anni, e nelle cento città più popolate, 5 mila 500 squadre di operatori. Visibili con le loro pettorine in giro per le strade. Un’occasione di formazione e lavoro per 36 mila persone. Ma soprattutto si darebbe vita alla più ambiziosa operazione di manutenzione degli spazi pubblici mai avviata in Italia, coinvolgendo cittadini, volontari e imprese e rafforzando il senso civico e l’orgoglio delle comunità. Senza parlare del riflesso, prezioso anche se non valutabile, sulla sicurezza reale e percepita. Un investimento poi sul nuovo turismo — più esigente nel richiedere cura e pulizia dopo la pandemia — che speriamo torni ad affollare come un tempo borghi e contrade. Un’occasione per condividere una nuova stagione di cittadinanza attiva. Un marchio identitario dell’Italia migliore. Il progetto richiede un cofinanziamento governativo di 245 milioni nei dieci anni e si impegna in un’attività di raccolta di donazioni private — anche attraverso il crowdfunding — di 140 milioni. Ma il contributo privato potrebbe — e aggiungo dovrebbe — essere superiore e ridurre, di conseguenza, il cofinanziamento statale. Tanto sale la quota privata, tanto scende quella pubblica. I cittadini, vedendo all’opera volontari e operatori assunti, saranno certamente riconoscenti e generosi. E poi combattere il degrado, tutelare le bellezze e, nello stesso tempo, dare lavoro e formazione a tante persone, è sicuramente uno dei modi migliori per un’azienda di dimostrarsi sostenibile e inclusiva. Volete mettere il vostro marchio sulla pettorina della squadra che finanziate? Perché no? Quella dei «custodi del bello» è una delle tante ragionevoli utopie del privato sociale, uno dei frutti del senso di responsabilità degli italiani e della straordinaria ricchezza delle comunità. Non va delusa e dispersa.

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