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Lug 20

La Brexit costerà all’Italia un miliardo di euro all’anno

Fonte: Corriere della Sera

di Federicoo Fubini

Con il prossimo pacchetto finanziario fra il 2020 e il 2026 — lo si inizia a negoziare adesso — gli altri contributori netti dovranno colmare l’ammanco. Vanno finanziati i fondi regionali, l’agricoltura, la ricerca e politiche nuove come il controllo delle frontiere, l’aiuto allo sviluppo, la lotta al terrorismo o la difesa

In un anno ci siamo così abituati a una nuova idea del Regno Unito, che rischiamo di dimenticare il resto. Ci siamo abituati al fatto che un Paese dinamico abbia scelto di danneggiare se stesso uscendo dall’Unione europea e scegliendo il divorzio dal mercato di 440 milioni di persone dal quale dipende. In effetti i risultati si vedono: la Gran Bretagna oggi ha il tasso di crescita più lento d’Europa, il potere d’acquisto delle famiglie è eroso da un’inflazione vicina al 3% dopo il crollo della sterlina, i consumi frenano, mentre il tasso di risparmio è ai minimi di sempre. Poi ci sono gli obblighi finanziari. In questi giorni il governo di Londra negozia a Bruxelles per cercare sottrarsi agli impegni che assunse nel 2013 sul bilancio europeo fino al 2019. Difficilmente otterrà qualcosa, perché ogni sterlina in meno versata diventerebbe un euro in più dalle altre capitali per far fronte ai progetti già lanciati dall’Unione europea.

Ed è qui che improvvisamente torna in mente anche il resto: non solo il costo della Brexit per la Gran Bretagna, ma quello per l’Italia, la Francia o la Germania. C’è naturalmente un costo politico, la perdita di un Paese di tanto potere e prestigio. Poi c’è un onere più specifico: il bilancio della Ue vale circa 150 miliardi di euro l’anno e il governo di Londra è un contributore netto (versa più di quanto riceve) per importi fra dieci e dodici miliardi di euro. Questa somma sparirà. Con il prossimo pacchetto finanziario fra il 2020 e il 2026 — lo si inizia a negoziare adesso — gli altri contributori netti dovranno colmare l’ammanco. Vanno finanziati i fondi regionali, l’agricoltura, la ricerca e politiche nuove come il controllo delle frontiere, l’aiuto allo sviluppo, la lotta al terrorismo o la difesa.

Per l’Italia l’assenza di Londra aumenta i versamenti alla Ue di un miliardo all’anno per i prossimi sette anni (dunque a termine un debito più alto di quasi 0,5% di reddito nazionale, a parità di condizioni). Francia e Germania vedranno aumentare i propri contributi anche di più. Meglio dunque non chiedersi per chi suona la campana della Brexit: essa non suona solo per Londra.

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