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Ott 08

Jobs act, Renzi: “Non temo agguati dal Pd”

POLITICA

Fonte: La Stampa

La Stampa

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Il premier incontra sindacati e imprese. Cisl e Uil aprono. Ma è gelo con Camusso. Domani il voto di fiducia sul Jobs act. Bersani: «È una forzatura, ma noi siamo leali»

Matteo Renzi tira dritto sulla riforma del mercato del lavoro. Sul Jobs act l’emendamento del Governo sarà presentato domattina, così come è pronta la fiducia nell’Aula del Senato, che sarà votata domani in giornata. Nelle stesse ore del vertice Ue sull’occupazione a Milano. «Non temo agguati» del Pd, dice il presidente del Consiglio, «convinto che sia naturale che tutti» nel partito «votino come sempre». I dissensi nella minoranza restano. L’ex segretario Pier Luigi Bersani ritiene la fiducia una «forzatura» ma, alla vigilia di un voto sul filo, sostiene che comunque serve «responsabilità e lealtà».

IL TAVOLO CON LE PARTI SOCIALI

Renzi incontra, in mattinata, i sindacati a Palazzo Chigi e subito dopo le imprese. Apre il confronto con le parti sociali (parlando alla fine di «sorprendenti punti di intesa»), ma per la Cgil non è affatto la riapertura di una stagione di concertazione: ha «ripetuto cose note», «nessuna risposta» e «nessuna disponibilità», il governo «va avanti su scelte sbagliate», è in sintesi la bocciatura che arriva al termine dell’incontro dal segretario generale Susanna Camusso. Che conferma «il giudizio negativo» sul Jobs act (con la scelta della fiducia che «radicalizza» l’assenza del confronto) ed il «totale dissenso» sulle modifiche all’articolo 18 e sul demansionamento. Insomma, dice, restano tutte confermate le ragioni alla base della manifestazione nazionale del 25 ottobre, in piazza San Giovanni a Roma. Manifestazione a cui Cisl e Uil confermano, ancora una volta, che non parteciperanno (il 18 ci sarà la mobilitazione della Cisl a livello territoriale).

SIGLE DIVISE

Non c’è una vera e propria apertura di merito da parte di Cisl e Uil che però apprezzano l’avvio del dialogo: «Anche sull’articolo 18 ci sono state aperture del governo che prevede il reintegro per i licenziamenti disciplinari» che verranno precisati nel decreto delegato, dice il segretario generale aggiunto della Cisl, Annamaria Furlan, che domani ufficialmente prenderà il posto di Raffaele Bonanni, dopo le sue dimissioni, alla guida del sindacato di via Po. A suo avviso, l’incontro di oggi può rappresentare un momento «di svolta» nelle relazioni tra governo e parti sociali. Visto che a questo seguiranno, come annunciato dallo stesso Renzi, nuovi incontri, con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il 27 ottobre sulla legge di stabilità e con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, sulla riforma del lavoro. Parla dell’incontro a Palazzo Chigi con una «valenza più politica che sostanziale», il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, aggiungendo che «se poi la sostanza ci sarà, lo vedremo in concreto». Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, dopo l’incontro, si limita ad osservare, parlando delle riforme, che «il diavolo non sta nelle imprese».

IL NODO ARTICOLO 18

Diversi i temi toccati dal premier: i tre punti della sfida lanciata ai sindacati e cioè legge sulla rappresentanza sindacale (su cui c’è il sì della Cgil ed il no della Cisl e della Uil), contrattazione decentrata e salario minimo. I primi due punti non rientreranno comunque nell’emendamento sulla delega. Sul tavolo anche il capitolo degli ammortizzatori sociali ed i temi più scottanti quali il Tfr e l’articolo 18. Sui licenziamenti disciplinari, Renzi ha detto chiaramente che le fattispecie in cui mantenere il reintegro (come chiesto nel documento approvato dalla direzione del Pd) saranno chiarite nel successivo decreto legislativo. Sulla necessità di precisare questi casi insiste Ncd, altrimenti viene meno «gran parte del significato della eliminazione dell’articolo 18», avverte il leader Angelino Alfano. Sel intanto ha ritirato gran parte degli emendamenti al Jobs act (mantenendone 40-50 dai 300-350 iniziali). Anche M5s si è detta disponibile a ritirarne gran parte dei propri per «togliere qualsiasi alibi al governo» a porre la questione di fiducia. Ma la fiducia c’è.

SI STEMPERANO I TONI IN CASA PD 

I conti restano aperti in casa Pd, con parte della minoranza ancora sul piede di guerra. Ma i toni sono più morbidi rispetto ai giorni scorsi. Bersani è rassicurante: «A chi mi chiede consiglio raccomando responsabilità e lealtà anche davanti a una forzatura come questo voto di fiducia», dice, «La fiducia non può essere in discussione». «Voteremo la fiducia, anche se in modo critico», assicura l’ex ministro Cesare Damiano. Fuori dal coro il deputato Pippo Civati, che già in mattinata aveva sostenuto che «alcuni senatori per propria iniziativa non parteciperanno al voto», si rivolge poi anche al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sostenendo che la fiducia sul Jobs act «perpetra una prassi deprecabile» su una materia «delicata» e chiedendo «un Suo richiamo ad un maggiore rispetto di ruoli e prerogative istituzionali e al corretto uso degli strumenti normativi».

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