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Gen 20

Italicum, 30 senatori Pd pronti a votare “no”. Renzi: la minoranza è un partito nel partito.

LEGGE ELETTORALE

Fonte: La Stampa

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Il premier domani incontra Berlusconi. Sulla legge elettorale: «Non accetto alcun ricatto». A Cofferati: chi perde non se ne va col pallone. Civati: «Se si vota non mi candido col Pd»

Ventiquattrore di tempo per decidere se andare allo scontro finale o tornare a casa perché sia chiaro che la minoranza «non è un partito nel partito». Sull’Italicum Matteo Renzi ha deciso di andare allo show down contro i dissidenti avvertendoli, incontrando domani Silvio Berlusconi, di essere pronto a tagliarli fuori dalla partita del Colle. Uno scontro che da un lato rafforza i venti di scissione dentro il Pd, dall’altro rischia di causare un corto circuito politico in vista dell’elezione del futuro Capo dello Stato. Pier Luigi Bersani avverte: «Noi della minoranza siamo gente seria e il premier ci deve ascoltare». Quindi il warning sull’Italicum: «Non voterei contro una decisione del mio gruppo. Ma ci possono essere anche altre ipotesi, come quella di non votare». Un corto circuito tutto interno ai dem in cui, nelle ultime ore, si è inserito anche il caso delle primarie in Liguria e l’addio di Cofferati al quale Renzi non fa sconti: è «un candidato che ha provato la sfida delle primarie» in Liguria, «le ha perse e il giorno dopo ha detto me ne vado dal Pd. Non si fa così», dice a a Quinta Colonna (Rete 4). E aggiunge: «Cofferati è in Ue con i voti del Pd…Io rispetto la scelta, nessuno fa polemiche, quando si perde fa male ma non si va via. Se aveva problemi sui valori poteva dirlo sei mesi prima quando sempre io l’ho candidato alle europee e se il partito era alla frutta lo era anche quello che ha preso il 40 per cento».

Renzi: «Passaggio chiave, non sono ammessi errori»

Il premier arriva all’assemblea dei senatori Pd deciso a mettere la trentina di senatori dissidenti davanti ad una scelta politica. Non è più tempo di tecnicismi o mediazioni. «Ora siamo ad un passaggio chiave per uscire dalla palude e non possiamo permetterci errori né incidenti», esordisce rivendicando come la riforma elettorale ricalchi per molti aspetti le richieste storiche del Pd. Ma al di là della disponibilità a concedere altre 24 ore di trattativa per trovare un punto di incontro, Renzi è fermissimo. «Io sono pronto a dialogare con tutti fino all’ultimo ma non mi faccio ricattare da nessuno. Domani si chiude», avverte ripetendo la sua regola d’oro nelle scelte politiche.

Italicum o Consultellum

All’Italicum così come costruito, in un delicato equilibrio con gli alleati delle riforme, non ci sono «alternative». Salvo una. «O questa settimana approviamo la riforma o ci teniamo il Consultellum», chiarisce con un aut aut che viene interpretato come una minaccia di ritorno anticipato alle urne dopo aver eletto il successore di Giorgio Napolitano. La minaccia, che sia vera o no, sembra avere subito effetto: 6 firmatari dell’emendamento Gotor contro le liste bloccate annunciano marcia indietro. «In Aula ci asterremo – annuncia Bruno Astorre – perché noi non facciamo cadere il governo a 7 giorni dall’elezione del Presidente della Repubblica».

La minoranza del Pd sulle barricate

Ma i bersaniani tirano dritto e, in una conferenza stampa, Miguel Gotor ribadisce che senza modifiche non voteranno in aula la riforma. «Questa non è una trattativa ma una svendita», attacca ribadendo che sono una trentina, solo nel Pd, i senatori pronti a bocciare la legge elettorale.

Si va allo scontro finale

Salvo ripensamenti in nottata, dunque, si andrà allo scontro finale in un clima di altissima tensione mentre alla Camera solo Pippo Civati nel Pd vota contro la riforma costituzionale mentre dentro Fi, tra assenti e voto contrario, sono 41 a sfilarsi dal patto del Nazareno. Tra segnali espressi e manifesti dissensi, è evidente che l’incrocio tra riforme e elezione del presidente della Repubblica rischia di essere esplosivo.

L’asse Berlusconi-Alfano

E davanti al caos dentro il Pd, acquista ancora più valore l’asse che Silvio Berlusconi e Angelino Alfano provano a ricostituire con l’incontro a Milano per contare di più nella scelta del Capo dello Stato, provando magari a far crescere la candidatura di un moderato o di una personalità come Giuliano Amato, gradita al centrodestra ma non amatissima in tutto il Pd. Proprio per sventare in anticipo assi alternativi e mantenere la golden share della partita Quirinale Renzi domani vedrà Silvio Berlusconi. Un incontro preliminare che serve soprattutto come ultimo avviso alla minoranza Pd: o state dentro o fuori.

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