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Lug 17

Inflazione, l’ex nemico che ora tutti invocano

ECONOMIA
Fonte: Corriere della Sera
di Sergio Bocconi
economia

La spinta di Roosevelt per far salire i prezzi e la nuova strategia degli istituti centrali

In Spagna si dice ancora «Vale un Potosí». È un rimando, che non è sfuggito a Miguel de Cervantes nel Don Chisciotte, a uno degli eventi che ha rivoluzionato il mondo: l’inflazione. Nel 1544 vengono scoperti ingenti depositi di argento a Potosí, nell’Alto Perù (oggi Bolivia) e la Corona di Spagna, inondata da quel metallo, ha coniato monete con tale «frenesia» e leggerezza da causare un maxi-fenomeno di rialzo dei prezzi in Europa che è proseguito per oltre cento anni. E siccome la globalizzazione non è un’invenzione recente, anche per Genova il colpo allora è stato mortale.

«L’inflazione alta e persistente è molto temuta perché scuote la compagine sociale, fino a sovvertirla. In Spagna indebolì l’aristocrazia a favore della borghesia», dice Gianni Toniolo, professore alla Luiss di Storia economica. E in fondo il banchiere scozzese John Law, che a Parigi dopo vari tentativi di creare una banca che emettesse carta moneta, fonda la Banque Générale, istituto commerciale privato che ottiene il diritto di stampare biglietti bancari, «contribuisce con l’inflazione provocata a creare le premesse per la Rivoluzione Francese».

Grande nemica, spettro temutissimo quando si manifesta con violenza senza freni come nella Germania degli Anni venti. Ma anche «amica». Il tabù dei prezzi è stato forse violato per la prima volta nella storia contemporanea da Franklin Delano Roosevelt, il padre del New Deal. Nel 1933, appena eletto presidente degli Stati Uniti, si oppone alla precedente politica di austerità e fa naufragare la grande conferenza di Londra, non partecipandovi e opponendo così un «no» a inglesi e francesi che chiedono la stabilizzazione del dollaro e il ritorno alla convertibilità aurea. La sua risposta è stata «Finché non vedrò salire i prezzi, non stabilizzerò il dollaro». Perché la deflazione e la crisi da carenza di domanda, soprattutto quando il «motore» economico industriale è strutturalmente adatto a ripartire se riceve benzina, fanno più paura di un rialzo di tassi e prezzi.

È successo, in altri termini ovviamente, anche nel Medio Evo, fra il Duecento e il Quattrocento. «L’espansione delle città commerciali è accompagnata da crescenti timori di deflazione per carenza di mezzi di pagamento», sottolinea Toniolo. L’offerta di beni è superiore a quella di moneta, che per l’effetto-rarità arriva a valere più del metallo con il quale è coniata. Il timore che tutto ciò potesse fermare la crescita di produzione e scambi porta a monete con meno oro e meno argento. Se ne «stampa» dunque di più per oliare lo sviluppo. In termini moderni si può dire che viene perseguita una politica inflattiva.

Incubo quando è alta, auspicio quando è del tutto assente oppure «negativa», come in parte lo è oggi. Terrore di governi e cittadini quando, come nella Germania del 1923, il prezzo di un chilo di pane passa fra gennaio a dicembre da 250 marchi a 399 miliardi. Un litro di latte arriva a costare 360 miliardi e mezzo. Ma quando il Giappone dagli anni Novanta vive una delle più lunghe deflazioni, cerca di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per introdurre stimoli monetari, inclusi tassi d’interesse negativi sui buoni del Tesoro a brevissimo termine. Però con risultati modesti. Di conseguenza il governo di Shinzo Abe ha cominciato a cercare soluzioni differenti con un mix di misure.

Perché il punto, ora, è proprio questo. La deflazione spaventa e un ritorno a un modesto rialzo dei prezzi è «auspicatissimo», dice Toniolo. Che sottolinea come la Bce, «che ha un target di inflazione inferiore ma vicino al 2%», abbia aperto a strade «inesplorate» e non convenzionali. Come i tassi d’interesse negativi o altri strumenti. «I banchieri centrali, dalla Fed alla Bce, sono arrivati alla frontiera della terra incognita. Per fortuna, va riconosciuto, qui c’è Mario Draghi, che penso stia operando benissimo». Probabilmente qualche volta facendo anche conto su una possibilità di effetto annuncio.

Perché le aspettative sono fondamentali in economia. Lo sottolinea Paolo Legrenzi, professore emerito di psicologia alla Università Ca’ Foscari di Venezia. «L’illusione monetaria è uno dei temi più studiati. Da Keynes ai diari in Alsazia di Hemingway si capisce che le persone ragionano sui prezzi nominali e non su quelli reali e i prezzi si “appiccicano” alle cose, ai prodotti». Per questa ragione anche nel periodo dell’austerity post choc petrolifero nei primi anni Settanta e nell’inflazione a due cifre degli anni Ottanta, «si era meno scontenti di oggi». Perché «un contenuto rialzo dei prezzi è un lenitivo, è fonte di ottimismo, stimola ad anticipare consumi e investimenti proprio in previsione di ulteriori aumenti». In Italia, poi «abbiamo convissuto per almeno quarant’anni con i prezzi in crescita». Alla deflazione, invece, difficilmente si fa l’abitudine. «Alcune ricerche dicono che il Giappone si è adattato. Ma penso siano risultati ancora da verificare. So invece che la deflazione da noi ha depresso al punto tale da provocare anche una riduzione dei consumi nella cosmesi. Questo sì è un evento eccezionale».

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