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Nov 30

Il voto e le maggioranze: i silenzi del paese reale

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Ecco che cosa ci dirà il referendum, ben oltre il merito della riforma e il destino del governo. Ci dirà se esiste ancora un elettorato capace di stabilizzare il sistema quando è chiamato in difesa dell’ordine costituito, come è accaduto nel 1948, nel 1976, nel 1994, in tutti i tornanti decisivi della storia nazionale

Renzi ha ragione nell’affidare alla «maggioranza silenziosa» le sue speranze di rimonta nel referendum. Fino a quando hanno potuto, i sondaggi ci hanno infatti detto che tra chi ha già deciso di votare, e cioè tra gli elettori più politicamente motivati, il No prevale. Al premier non resta dunque che provare a stanare un pezzo di quella grande massa di italiani saltuariamente astensionisti, scarsamente politicizzati, socialmente piccoli borghesi, geograficamente di provincia, di solito sensibili a un richiamo d’ordine: gente che ha paura delle avventure e che si mobilita per impedire cambiamenti radicali e repentini. Tra di loro gli indecisi sono ancora molti. Per loro suonano le sirene degli allarmi su banche e mercati, un po’ come era successo alla vigilia delle elezioni americane e del referendum britannico.

In Occidente questo elettorato è noto sotto il nome di «maggioranza silenziosa» dalla fine degli anni Sessanta in poi, quando, prima in Francia dalla parte di de Gaulle e poi negli Stati Uniti dalla parte di Nixon, fu protagonista di una vera e propria resistenza alle idee del Maggio di Parigi e del Sessantotto americano. In Italia, seppur tardivamente, prese poi una connotazione più schiettamente anticomunista, fino a sfociare nel 1980 nella famosa «marcia dei quarantamila» di Torino, che segnò l’inizio della fine per il Pci di Berlinguer.

Molti critici di sinistra hanno rimproverato a Renzi la contraddizione, per un leader riformista, di cercare voti tradizionalmente conservatori e solitamente di destra. È una critica poco sensata. In un referendum, quando si tratta di convincere la metà più uno degli elettori, non ci si può fare scrupoli: accozzaglie e contaminazioni sono d’obbligo. Oltretutto questo elettorato è da sempre il Santo Graal di ogni leader perché fa vincere le elezioni. E se la sinistra italiana ha qualcosa da rimproverarsi è proprio di non essere mai riuscita a conquistarne la fiducia (magari è da notare il progressivo slittamen-to nella retorica elettorale del campo renziano: da sfida per cambiare la Costituzione a battaglia per conservare il governo).

Ma la domanda cruciale, la cui risposta determinerà non solo l’esito del referendum ma forse anche il futuro della politica italiana per molti anni a venire, è se questa «maggioranza silenziosa» esista ancora. C’è da capire insomma se quell’universo di ceto medio affezionato allo status quo, teso a proteggere proprietà e risparmi, e a difendersi dai sommovimenti sociali e culturali, sia ancora maggioranza nella nostra società; e se in ogni caso non sia diventato nel frattempo tutt’altro che silenzioso, ma anzi sempre più attratto da chi urla. In fin dei conti, è proprio questa la mutazione politica che l’impoverimento dei ceti medi ha introdotto in tutto l’Occidente: non è stata certamente silenziosa la base sociale che ha dato la vittoria a Trump o alla Brexit, e per diventare maggioranza non ha esitato ad allearsi con le minoranze più estremiste.

Farà eccezione l’Italia? Ecco che cosa ci dirà il referendum, ben oltre il merito della riforma e il destino del governo. Ci dirà se esiste ancora un elettorato capace di stabilizzare il sistema quando è chiamato in difesa dell’ordine costituito, come è accaduto nel 1948, nel 1976, nel 1994, in tutti i tornanti decisivi della storia nazionale. Oppure se nella stiva del Paese reale quell’elettorato si è ormai sciolto dai suoi legami, e si sposta di volta in volta dove lo porta il movimento delle onde, senza timore di destabilizzare la barca. Non sarebbe la prima volta che questo accade. La prima fu nel 2013, e il governo Renzi nacque appunto per mettere fine a quell’anomalia. Se si verificasse di nuovo tre anni dopo non sarebbe più un’anomalia, e anzi certificherebbe il fallimento della missione del governo. Ma soprattutto annuncerebbe un vero e proprio riallineamento storico della politica italiana, in cerca di un nuovo centro di gravità permanente.

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