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Nov 13

Il Trump che resta tra di noi

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Il trumpismo è un fenomeno della modernità: richiede una cura, non un esorcismo. Può essere sconfitto solo da politici che sappiano vedere i conflitti e lenire il dolore di chi li soffre


Si può supporre che l’uscita di scena di Trump (ammesso che lasci alla scadenza la Casa Bianca, e ammesso che non provi a rientrarci tra quattro anni) assesterà un duro colpo al «cattivismo». È la forma con cui il populismo di destra si manifesta oggi un po’ ovunque. Più che a includere sotto un’unica grande tenda, come ha sempre tentato di fare la politica tradizionale, compresa quella conservatrice, il «cattivismo» preferisce costruire dei confini, delimitare dei recinti, per fidelizzare tutti coloro che ne sono dentro e galvanizzarli contro quelli che restano fuori. È la versione politica della «brand culture»: punta a sollecitare un senso di identità tribale (nel senso di tribù), è aggressivo, e trova nei «social» il suo habitat naturale. Ma se il trumpismo di Trump, inteso come stile della lotta politica, è stato battuto, non credo lo sia il trumpismo che è in noi, nelle nostre moderne società occidentali. Le ragioni che ne hanno segnato il successo non sono infatti svanite, e anzi sembrano destinate a diventare anche più attuali: si nutrono di conflitti profondi, che spaccheranno ancora a lungo le opinioni pubbliche su tre decisivi versanti.
La prima linea di frattura è quella che potremmo definire pandemia/economia. Molto presente nella campagna elettorale americana, è anche al centro della battaglia che si sta svolgendo in queste settimane in Italia e in Europa. Mette gli uni contro gli altri coloro che ritengono più pericoloso per le loro vite il contagio virale e coloro che invece temono di più un destino di impoverimento.Da molti punti di vista — anche se con notevoli novità, pensate ai ragazzi del delivery o ai fattorini di Amazon — è il vecchio conflitto garantiti-non garantiti, tra chi ha il buono pasto e chi se lo deve guadagnare ogni giorno. Per quanto finora raffreddato dall’intervento magari goffo ma certo massiccio dello Stato (i bonus, i ristori, il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione quando arriva), questo conflitto è destinato a diventare rovente al momento in cui, inevitabilmente, la spesa pubblica straordinaria dovrà rientrare nei ranghi. Una recessione è l’ideale per alimentare conflitti del genere noi/loro, compreso quello tra nativi e arrivi, tra penultimi e ultimi.
Il secondo crinale è il dualismo élite/masse. Gli esperti e le loro competenze avevano riconquistato rispetto con il sorgere della pandemia. Ma sono sempre più contestate con l’affermarsi della seconda ondata. Ciò che impropriamente chiamiamo «negazionismo» è la forma rozza e pericolosa di una sfiducia in realtà ben più diffusa: più le cose vanno male e meno si crede nei rimedi proposti e nelle politiche pubbliche adottate. Ne abbiamo avuto un agghiacciante segnale nell’inattesa ondata social contro i medici, che pure erano stati gli eroi della prima fase. Non è certo che questo scetticismo verrà messo a tacere dall’arrivo di un vaccino. È anzi possibile che vedremo riapparire i no-vax. La contestazione della competenza potrebbe assumere un connotato anche più politico, come del resto era già accaduto in passato da noi con i Cinquestelle. Il populismo è tutt’altro che antipolitica. Si ritiene anzi più democratico del sistema dei partiti: «populus» e «demos» vogliono in fin dei conti dire la stessa cosa. È convinto di poter dare il governo davvero al popolo, togliendolo alle élite. Considera perciò ogni forma di «tecnicizzazione» del potere, come quella che stiamo vedendo in azione con cabine di regia e comitati di esperti, non un modo per renderlo più neutrale, ma più subdolo.
Il terzo crinale è formato dalla coppia libertà/fraternità. A partire dal ’68, in Occidente la libertà è stata sempre più intesa come liberazione da ogni forma di dipendenza verso gli altri: famiglia, tradizione o comunità che sia. La retorica dei diritti ha sommerso quella dei doveri. La nuova sinistra libertaria da un lato, e la nuova destra liberista dall’altro, se ne sono fatte scudo, contribuendo a indebolire i legami che tenevano insieme le nostre società. La ribellione a questa modernità, animata dalla nostalgia per l’America di prima, è stata una delle forze trainanti del trumpismo (che, non dimentichiamolo, ha ottenuto il risultato record di 72 milioni di voti, ha sottratto seggi ai Democratici nel Congresso, e potrebbe mantenere la maggioranza al Senato), costruendo una coalizione popolare che ha ridefinito i caratteri del Grand Old Party repubblicano e che mantiene una sua potenzialità divisiva molto forte.
Ci troviamo invece oggi, come nelle guerre, come nei cataclismi naturali, in una condizione che richiederebbe un pieno recupero del concetto di «interdipendenza» (ci salviamo tutti solo se ognuno fa la sua parte per evitare il contagio); e un ritorno al valore della solidarietà (gli anziani salvano il loro tempo di vita solo se i più giovani sacrificano il loro tempo libero). L’egoismo, molla del successo in tempi normali, confligge oggi con l’altruismo che i tempi eccezionali richiedono. E questo è forse il punto più delicato.
Se la guerra alla pandemia prima e le conseguenze economiche del dopoguerra poi riusciranno infatti a frantumare la società in tanti gruppi e categorie contrapposte, gli anni Venti del Duemila potrebbero ripetere la storia peggiore del Novecento; magari sotto forma di farsa, ma non per questo meno pericolosa. Il trumpismo è un fenomeno della modernità. Richiede una cura, non un esorcismo. Può essere sconfitto solo da politici che sappiano vedere questi conflitti e lenire il dolore di chi li soffre, tendendo davvero una mano, non solo retoricamente, ai «forgotten men» che animano i trumpismi in tutto il mondo («It’s time to heal», ha detto Biden nel discorso di accettazione, il tempo di guarire). Obbliga a rispolverare il più negletto valore della triade della rivoluzione francese: la fraternità. Ma in un mondo di egoismi e di figli unici, chi saprà far risuonare il «fratelli tutti» di Francesco?

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