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Giu 25

Il silenzio delle opposizioni nuoce alla democrazia

Fonte: Corriere della Sera

di Sabino Cassese

Non basta criticare cosa fa la maggioranza, bisognerebbe anche indicare che cosa si farebbe al suo posto, proponendo un’alternativa credibile. E questo non succede


Il silenzio non è una politica. Le opposizioni sono state finora zitte. Non se ne conosce la «linea politica». La scena vuota è stata riempita da qualche Twitter tra fazioni e da deboli critiche al governo. Il silenzio –—si spera –— non è dovuto a pigrizia mentale o a stanchezza ideale; pare sia stato consigliato dal desiderio di non far emergere le contraddizioni nel proprio campo. Ma non basta criticare quel che fa la maggioranza, bisogna anche indicare quel che farebbero le opposizioni se fossero maggioranza. E occorre rendersi conto che le contraddizioni dell’attuale governo prosperano anche grazie alle divisioni dei suoi avversari. Non far nulla e starsene zitti è un gran vantaggio, ma non bisogna abusarne, come osservava Antoine de Rivarol. Un governo può essere forte per i suoi meriti o per le divisioni dei suoi avversari. L’attuale governo non ricade nella prima ipotesi.
Quel che non funziona è chiaro. Molto apparire e dichiarare, troppa attenzione al quotidiano, nessuna a quello che interessa il Paese, preoccupato dagli altri che corrono mentre noi siamo fermi da un ventennio. Tutti tattici, nessuno stratega. Cambiamenti proclamati ogni giorno, cui corrisponde un modo di governare ondivago e contraddittorio, dominato da corporativismo e intolleranza per il pluralismo. Incompetenza, poca voglia di studiare e un continuo gareggiare tra i due azionisti del governo, che non è terminato con la fine del periodo elettorale, si è anzi arricchito con divisioni intestine in ciascuno dei due campi. Tuttavia, le opposizioni non riescono a farsi sentire e a presentare una alternativa credibile. Forza Italia fa un’opposizione a metà, perché è alleata a una metà del governo. La recente nomina di due coordinatori di opposte vedute non migliora la situazione. E il partito non ha mai fatto una verifica di ciò che è morto e di ciò che è vivo nella nobile tradizione liberale alla quale Berlusconi ha sempre dichiarato di ispirarsi.
Nell’altro campo, quello democratico, come ha acutamente osservato su queste pagine Maurizio Ferrera il 20 giugno scorso, programmi, stile di leadership e di comunicazione, organizzazione sul territorio sono inadeguati: manca la capacità della classe dirigente di connettersi con la base sociale. Dopo aver faticosamente, in un anno, individuato un leader, il partito democratico rischia ora di aggregarsi sul nulla, per assenza di una bussola (basti l’esempio del voto sui mini-bot), alla perenne ricerca del centro da conquistare.
Questa crisi programmatica del centrosinistra dipende dalla mancata risposta a due domande cruciali. La prima riguarda la verifica della confluenza delle due maggiori tradizioni culturali e politiche del nostro Paese, quella popolare e quella socialista. È ancora attuale questa convergenza? In caso positivo non costituisce un patrimonio che, non rinnovato, corre il rischio di essere sperperato?
La seconda riguarda l’esaurimento dell’ideale dello Stato del benessere, nonostante la sua incompletezza e le sue storture. L’opposizione non è stata finora capace neppure di avviare una riflessione sui bassi tassi di scolarità, sull’insufficiente assistenza alle famiglie, sul dualismo del Servizio sanitario, sullo squilibrio del «welfare» a favore degli anziani e a danno dei giovani, tutti difetti ingranditi dall’attuale politica del governo, fondata su elargizioni invece che su servizi reali, su sussidi invece che investimenti, su pensionamenti invece di offerte di occasioni di lavoro, come ha dimostrato Maurizio Ferrera nel magistrale articolo che ho prima citato. La carenza di opposizioni ha effetti di sistema che minano il funzionamento stesso della democrazia. Questa si nutre di offerte politiche diverse, che consentano ai cittadini di scegliere. Se non ci sono scelte tra politiche, la democrazia si risolve in elezionismo. Non si spiega altrimenti il divario italiano di più di 60 punti tra partecipazione politica attiva e partecipazione politica passiva. Una larga parte della popolazione segue, è attenta alla politica, ma non è mossa da ideali, programmi, obiettivi. Quindi, non si impegna.
In una democrazia, le opposizioni operano da meccanismi stabilizzatori, perché consentono quello che un acuto filosofo, Massimo Adinolfi, in un bel libro appena pubblicato (Hanno tutti ragione? Post-verità, fake news, big data e democrazia, Salerno editrice), ha chiamato la rivedibilità delle scelte. Perché le scelte siano rivedibili, le opposizioni devono farsi sentire. Il silenzio significa acquiescenza, l’acquiescenza nutre indifferenza e distacco dalla politica (poco più della metà degli italiani è andato a votare alle ultime elezioni regionali ed europee, e il loro vincitore rappresenta meno di un quinto degli aventi diritto al voto).

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