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Set 04

Il significato globale della mossa di Kim

Fonte: Corriere della Sera

di Paolo Valentino

Se c’era bisogno di una prova che non siamo di fronte a un pazzo, ma a un megalomane che tuttavia calcola e sfrutta con abilità la sua rendita di posizione geostrategica, la bomba della domenica (all’idrogeno o meno ha un’importanza relativa) l’ha fornita al di là di ogni ragionevole dubbio


Come da manuale delle provocazioni strategiche, ieri il regime nordcoreano ha letteralmente causato un terremoto nella penisola asiatica, conducendo il più potente test nucleare della sua Storia. Ancora una volta Kim Jong-un spiazza i suoi avversari con una escalation graduale e soprattutto massimizza l’impatto politico, scegliendo per i suoi esperimenti da Dottor Stranamore un altro giorno di festa molto simbolico per l’America: dopo il test del missile balistico intercontinentale del 4 di luglio, giorno dell’Indipendenza, l’esplosione di ieri ha coinciso con il weekend del Labor Day, la festa che segna la fine della pausa estiva e il ritorno al lavoro dell’intera nazione.
Se c’era bisogno di una prova che non siamo di fronte a un pazzo, ma a un megalomane che tuttavia calcola e sfrutta con abilità la sua rendita di posizione geostrategica, la bomba della domenica (all’idrogeno o meno ha un’importanza relativa) l’ha fornita al di là di ogni ragionevole dubbio. Grazie agli errori accumulati in trent’anni dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale, sempre oscillanti tra condanna e procrastinazione, l’uomo nero di Pyongyang, ultimo e forse più crudele erede di una dinastia di satrapi, è ormai a un passo dall’acquisizione di una piena e completa capacità atomica militare, che lo metterebbe in grado di colpire il territorio degli Stati Uniti.
Di più, come ha ammonito di recente Henry Kissinger, la sfida posta da Kim va ben oltre la minaccia all’America. Essa attiene anche alla prospettiva di caos nucleare che una Corea radioattiva potrebbe precipitare nell’intera regione. Paesi come Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Australia verrebbero probabilmente spinti a dotarsi anche loro di armi atomiche. Ecco perché quella che va in scena nel teatro asiatico è la prima, vera crisi globale con cui si misura l’Amministrazione Trump. Ma è anche la prima crisi in cui la retorica al testosterone del nuovo presidente tocca con mano i limiti della proiezione strategica americana. A dispetto dei suoi proclami, l’opzione militare contro il regime di Kim appare oggi preclusa a Trump, sconsigliata perfino dai militari che la considerano, James Mattis dixit, «catastrofica».
La ragione di questo vincolo è il convitato (per ora) di pietra dell’intera partita, la Superpotenza cinese, fattore ineludibile della nuova equazione globale. Esasperata non meno degli americani dai fuochi d’artificio radioattivi di Kim, Pechino non vuole e non può abbandonare il suo protegé. Trattiene la rabbia per essersi vista rovinare la festa del vertice dei Brics. Ne subisce perfino le velate minacce, come ci racconta oggi il nostro Guido Santevecchi. Aderisce all’embargo sul carbone, ma non taglia le forniture di petrolio come chiedono gli Usa. Cerca di convincere il leader coreano a negoziare, ma senza crederci troppo. Soprattutto, la Cina non avallerebbe mai un’azione militare, temendo un crollo del regime che porterebbe ai suoi confini o il caos o ancora peggio dal suo punto di vista un’eventuale riunificazione della penisola sotto insegne americane.
Al fondo, c’è la profonda sfiducia di Xi Jinping verso Trump e la potenza americana. A dispetto dell’interdipendenza delle loro economie, il leader cinese è infatti convinto che gli Usa vogliano bloccare l’ascesa mondiale del suo Paese. In questo senso la crisi nordcoreana altro non è che un derivato del conflitto tra Cina e Stati Uniti, sempre a rischio di cadere in quella che Graham Allison ha definito la «Trappola di Tucidide», l’inevitabile scontro al quale due potenze, una in crescita l’altra affermata, sono condannate nella lotta per l’egemonia globale, proprio come Sparta e Atene.
Eppure, e torniamo alla saggezza di Kissinger, «un accordo tra Washington e Pechino è il prerequisito essenziale per la denuclearizzazione della Corea del Nord». Un grand bargain, sostenuto da un’offerta di cooperazione al regime di Kim e dall’intesa ferrea che non ci saranno rovesci di alleanze politiche. Uno scenario nel quale anche la Russia e la fin qui latitante Europa potrebbero svolgere un ruolo prezioso. Anche se questo Kissinger non lo dice.

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