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Dic 21

Il segnale francese all’Europa

Fonte: Corriere della Sera

di Angelo Panebianco

L’Europa che ci serve, e che può sconfiggere le forze centrifughe in atto, è un’Europa che fa scelte diverse dal passato

Gli elettori hanno fermato la corsa del Fronte Nazionale di Marine Le Pen al secondo turno delle Regionali. Ma sbagliano coloro che, preoccupati per le sorti dell’Europa, tirano un sospiro di sollievo. La Le Pen si avvicina al trenta per cento dei voti e ha ottime chance di arrivare al ballottaggio alle Presidenziali del 2017. La forza del lepenismo dimostra che l’europeismo tradizionale è finito e che senza un rinnovamento di linguaggi e di pratiche la disgregazione dell’Unione Europea diventerà probabile.
Bastava ascoltare i discorsi del primo ministro Valls e dell’ex presidente Sarkozy sui risultati delle Regionali: ostilità nei confronti del Fronte, richiami ai valori della «République», nessun accenno all’Europa. Solo l’ex primo ministro Alain Juppé, compagno di partito e avversario di Sarkozy, si arrischia a stigmatizzare l’antieuropeismo del Fronte. I «patrioti», come li chiama la Le Pen, i fautori del ritorno alla piena sovranità nazionale, i nemici della globalizzazione e dell’Europa, sono già vittoriosi nel discorso pubblico francese.
Per giunta, tale «patriottismo» non è una specialità solo francese. Una decennale crisi economica, la sfida dell’immigrazione, la delegittimazione delle istituzioni europee (esclusa la Banca centrale ma non si sa ancora per quanto) ad opera di governi – Germania in testa – che hanno scelto la rinazionalizzazione delle decisioni, hanno favorito la diffusione dell’antieuropeismo .
I «patrioti» o sono già maggioranza, come in Polonia o in Ungheria, o alimentano ovunque forti movimenti di opposizione di cui chi governa è costretto a tenere conto.

Chi pensa che se prevalesse la disgregazione dell’Unione ci troveremmo a buttar via non solo l’acqua sporca (il tanto che non va) ma anche il bambino (i benefici) dovrebbe capire che se non si cambia subito registro è finita .
È da almeno un decennio (dal referendum francese del 2005 sulla cosiddetta «Costituzione europea») che si è aperta la crisi dell’europeismo tradizionale, ma i suoi adepti sono stati per lo più incapaci di rinnovarsi. Non si sono accorti di un’opinione pubblica che stava ritirando la delega, il mandato in bianco che per tanti decenni aveva concesso alle élites impegnate nella costruzione europea.
Il linguaggio spoliticizzato, pseudo-tecnico, dell’europeismo tradizionale non è più vendibile nel momento in cui l’Europa si politicizza, diventa un tema di confronto e divisione negli elettorati. Considerate quanto scarso appeal abbiano per l’opinione pubblica gli argomenti di solito proposti a favore dell’integrazione politica. Il primo è l’argomento del «si può contare di più»: non è il titolo di una canzone ma il ritornello di chi vorrebbe convincerci che abbiamo bisogno di un’Europa unita perché solo così possiamo «contare» in un mondo di giganti. È un argomento veritiero ma politicamente inutile se proposto in questi termini alle opinioni pubbliche: come potrebbe convincere le persone ad abbandonare identificazioni secolari (nei loro Stati) a favore di una entità burocratica così distante dalle loro menti e dai loro cuori? Il secondo argomento è quello del «hai voluto la bicicletta? Ora pedala». È di chi dice che fatta l’integrazione monetaria non possiamo che farla seguire dall’integrazione politica. Insomma, dovremmo unificarci politicamente – a sentire costoro – per una ragione tecnico-funzionale. Ma vi pare che un argomento di tal fatta possa mobilitare le opinioni pubbliche?

Il terzo argomento è migliore dei primi due. È di chi dice che se il processo di integrazione si arrestasse il rischio sarebbe la dissoluzione: una tragedia peggiore non sarebbe possibile perché l’integrazione ha contribuito (insieme alla Nato) a tenere la guerra lontana dalle contrade europee. È un argomento serio. Per i «patrioti», ritornare alla sovranità nazionale significa sia ripristinare rigidi controlli alle frontiere sia recuperare sovranità economica (da qui l’ostilità all’euro), da ottenere con dosi massicce, si suppone, di protezionismo. Realistico o irrealistico che sia un tale programma, basterebbe una sua attuazione solo parziale per generare decadenza economica. E non soltanto. Lo si sappia o meno, con il recupero dell’antica sovranità nazionale, la guerra fra Stati tornerebbe (non subito ma in prospettiva) ad essere una possibilità in Europa.
Dei tre argomenti è, in teoria, il più comprensibile per l’opinione pubblica ma si scontra con il fatto che, quasi scomparsi del tutto coloro che hanno vissuto sulla propria pelle la Seconda guerra mondiale, divenute maggioritarie le generazioni post-belliche, la sua capacità di convincimento è ogni giorno più debole.
Non è più tempo di élites che «si parlino addosso», che agitino temi incomprensibili per le opinioni pubbliche. Chi volesse impegnarsi in una battaglia culturale a favore dell’Europa per sconfiggere i «patrioti», dovrebbe poter dire ciò che al momento non può credibilmente dire, ossia che grazie all’Europa (ma in alleanza con gli Stati Uniti) avremo la sicurezza in più che ci serve per sconfiggere i nostri nemici, nonché più prosperità e più libertà per tutti.

Ma non c’è rinnovamento possibile del linguaggio senza un contestuale rinnovamento delle pratiche. L’Europa che ci serve, e che può sconfiggere le forze centrifughe in atto, è un’Europa che fa scelte diverse dal passato. Non va più a raccontare favole sulla possibilità di «superare» gli Stati nazionali, anche se non rinuncia a mettere in guardia contro i rischi di scelte nazionaliste. All’Europa serve una riscrittura dei Trattati che ne riorienti istituzioni e pratiche in direzione confederale: poche cose riservate al centro e tutto il resto nella potestà degli Stati. Il che significa ridisegnare i poteri delle istituzioni (e anche togliere prerogative alla Commissione e al Parlamento europeo).
Continuare come se nulla fosse accaduto, riproporre un europeismo di maniera, fossilizzato, proprio del tempo in cui l’Europa era una faccenda per iniziati, fingere che all’Unione non serva un radicale cambiamento, è il modo per sfasciare tutto, per distruggere anche il buono che c’è.

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