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Apr 18

Il referendum e il quorum: quando si votava in massa

Fonte: Corriere della Sera

elezioni

di Pierluigi Battista

Dall’aborto al finanziamento ai partiti: storia di una passione quasi spenta

C’ era una volta il referendum che non aveva il mal di quorum, che ogni volta era un plebiscito pieno di tanti sì e tanti no, e la gente discuteva, e non c’erano sondaggi e dunque alla vigilia scaramanticamente quelli del sì celiavano che avrebbe vinto il no, e quelli del no si aspettavano il trionfo del sì. Ma figurarsi se si doveva discutere sulle percentuali. Si votava in massa. Oggi si vota poco, o pochissimo. Al ballottaggio per il Comune di Roma Ignazio Marino vinse con solo il 45 per cento dei romani che andarono alle urne, in Emilia Romagna non si toccò il 40 e persino la festa delle primarie non è più tanto smagliante. Il referendum boccheggia. Boccheggia un po’ di meno di quanto Renzi avrebbe voluto, e ottenuto se non avesse fatto propaganda di governo per l’astensione. Ma boccheggia. Mentre nei tempi d’oro abbondava di voti, i quorum sfondati, le percentuali elevatissime. E con quanta passione.
Il Pci e la legge sul divorzio
C’era una volta il referendum trionfante, che metteva paura a chi lo subiva. E a chi non si fidava degli elettori. Come il Pci dei primi anni Settanta, convinto che le «masse cattoliche» avrebbero demolito la legge sul divorzio. E invece per il divorzio fu l’apoteosi, la sconfitta politica di Amintore Fanfani, i Radicali di Marco Pannella nuovi protagonisti della vita politica. Si era così sicuri dell’adesione massiccia dell’elettorato che i Radicali nella tornata referendaria sulla depenalizzazione dell’aborto, che segnò una sconfitta storica dell’influenza vaticana sull’elettorato italiano, proposero un quesito ancora più estremo, perché la legge appariva troppo moderata e statalista. I grandi fatti della cronaca e della politica alimentavano sentimenti, emozioni che si trasferivano con tutta la loro forza nelle urne. Il referendum contro le centrali nucleari si svolse sotto l’incubo di Cernobyl quando la gente esitava ad addentare l’insalatina perché tutta quell’erba appariva (e non lo era) irrimediabilmente contaminata e le mamme non volevano che i loro bambini sorseggiassero il latte appena munto da mucche che si erano nutrite con quell’erbetta presunta radioattiva. Il referendum sulla responsabilità civile dei giudici risentiva dei sentimenti popolari giustamente scandalizzati per la persecuzione giudiziaria cui era stato sottoposto Enzo Tortora. Ma proprio questa battaglia fu l’inizio della fine del referendum come momento eroico della lotta politica. Una legge sulla responsabilità civile dei giudici fu varata imboccando la direzione opposta a quella espressa dagli elettori. Cominciò l’epoca grigia dei referendum disattesi e traditi. Quello sulla privatizzazione della Rai. Quello sul finanziamento pubblico dei partiti, sonoramente bocciato dal popolo italiano ma poi ribattezzato con un imbroglio lessicale che non fa bene al buon nome dell’Italia, «rimborso» pubblico dei partiti ancor oggi in vigore malgrado gli innumerevoli proclami. Quello che doveva abrogare il ministero dell’Agricoltura, rinominato e rimpannucciato «delle politiche agricole».
La battaglia di Craxi
Ma erano tempi in cui il quorum era solo una parola per le statistiche. Per la verità anche per il referendum proposto dal Pci sui punti di scala mobile tagliati dal governo Craxi qualcuno, in particolare Pierre Carniti leader della Cisl, propose la strada neutralizzante dell’astensione. Craxi volle tener duro e vinse in una battaglia che segnò un duro colpo per i comunisti italiani orfani di Enrico Berlinguer, il leader che sulla guerra della scala mobile fece una questione di grandi principi calpestati. Poi Craxi, smentendo se stesso e in un momento di appannamento politico che anticiperà l’annientamento del Partito socialista condotto con i mezzi giudiziari di Mani Pulite, deciderà l’improvvida battuta sull’andare al mare come alternativa annichilente nel referendum elettorale di Mariotto Segni. E le cose andarono come andarono.
Battiquorum
Il referendum era una grande arma. Poi si è rimpicciolita e restano le immagini dei politici promotori con le casse di firme da sottoporre alla mannaia della Cassazione. E la battaglia sul sì e sul no si è trasformata nella battaglia sul quorum. Per un pelo, ma davvero solo per un pelo, non passò quello sempre sulla riforma elettorale del ’99. Non passò quello sulla caccia e le leggende raccontano di robusti picchetti di cacciatori toscani davanti ai seggi per dissuadere gli animalisti infervorati. Sul referendum per la fecondazione assistita, i cattolici seguaci della dottrina di Camillo Ruini nel 2005 riuscirono a impostare una campagna astensionista di grande successo. E nella sinistra moderata la stessa tattica è stata usata per disinnescare quello sull’articolo 18 che allora non si chiamava Jobs act. Ma insomma, erano questioni che parlavano all’identità dei gruppi e dei partiti. Sulle trivelle, l’identità si è un po’ smarrita e tutto sommato i risultati di ieri sono quasi un miracolo per i promotori. E una manna per i giornali, che non sono costretti a titolare sempre con un: «è battiquorum».

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