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Nov 08

Il potere politico non è rosa: più donne al vertice ma il comando non è loro

Fonte: La Repubblica

di Luisa Grion

La disparità di genere si allarga anche se la presenza femminile incide di meno portando l’Italia a scendere nella classifica mondiale. Ecco cosa succede al governo e nelle Authority

Sono tante e contano poco: difficilmente entrano nella stanza dei bottoni e quando lo fanno, non li pigiano ma si limitano a guardare. In Italia – dicono le classifiche mondiali – le donne stanno tornando indietro: in quella elaborata dal World Economic Forum sul gender gap, le disparità fra l’universo maschile e quello femminile, siamo appena precipitati all’82esimo posto (su 144 Paesi). Davanti c’è chi magari sta peggio economicamente – dalla Mongolia all’Uruguay – ma che fa meno questioni di genere. Tutto comunque parte da lì: dalla stanza dei bottoni.
In apparenza, nei luoghi del comando, in Italia non vi sono mai state così tante donne: 31,3 per cento le deputate, 29,6 le senatrici. Record assoluto nella storia del Paese. Un dato non fenomenale – se si pensa che quanto a popolazione la maggioranza è del 51,4 per cento per le donne – ma nella media. Nelle democrazie evolute un 30 per cento di presenze femminili non si nega ormai a nessuno. La differenza, però, la fa la posizione delle poltrone; quelle in prima fila per le donne sono rare.
Si comincia dal governo: Matteo Renzi era partito con 8 ministre su 16, ma per strada ne aveva perse tre (Carmela Lanzetta, Federica Mogherini e Federica Guidi dimissionarie e sostituite da uomini). Paolo Gentiloni ha seguito la scia: con lui la presenza femminile al governo è scesa al 27,7 per cento. Giù per i rami dei governi locali la tendenza non cambia, anzi si rafforza. I dossier di Openpolis e di inGenere sono impietosi: due sole presidenti di Regione, la quota delle assessore supera il tetto del 35 per cento, ma la stragrande maggioranza delle incaricate si occupa di Affari sociali, Cultura e Lavoro: quando si tratta di controllare i cordoni della borsa (Bilancio) ecco che si scende rovinosamente al 15%.
E poi ci sono le Authority: organi di garanzia con incarichi a nomina. Anche qui la faccia è salva: il 30 per cento di presenza femminile è rispettato. Considerate le 11 principali Autorità (da Consob a Bankitalia, dalla Privacy all’Energia) fra i 42 membri di Commissione 13 sono donne. Ma quanto a presidenze, una sola è declinata al femminile. Guarda caso la Garante per l’infanzia, Filomena Albano. Ci sono importanti eccezioni, è vero: per la prima volta nella storia della Repubblica, Segretario generale di Camera e Senato sono due donne: Lucia Pagano e Elisabetta Serafin.
E Virginia Raggi e Chiara Appendino, siedono sulla poltrona più importante di Roma e Torino. Ma la maggioranza delle donne, in politica, sta nelle retrovie. Per contenere il gender gap qualcosa è stato fatto: non quote vere e proprie, ma norme anti-disparità (dalla doppia preferenza accordata da diverse Regioni se almeno una delle prescelte è donna, ai nominativi alternati nelle liste, all’obbligo di non eccedere oltre il 60% quanto a presenza di un solo sesso). “Hanno funzionato – assicura Agnese Canevari, fondatrice di Pari o dispare – ma ora serve un salto culturale nella gestione del potere. Avere più donne vuol dire garantirsi la capacità di leggere una realtà economica e sociale con occhi diversi. È vero che fino a quando nei partiti e in politica le forze si selezioneranno per cooptazione, difficilmente le cose cambieranno. Ma è inutile ruotarci attorno: sono le donne che devono decidersi a votare donna. Il potere va conquistato, nessuno è disposto a cederlo”.
Eppure quando le donne coprono ruoli importanti, la qualità del governo migliora. ” Let the voters choose women” recita un recente studio della Bocconi sulla spesa pubblica di amminstrazioni dove le donne contano. Dimostra che i Bilanci gestiti al femminile dedicano più risorse agli investimenti che alla spesa corrente, aumentando mediamente del 4% quelle destinate a istruzione e ambiente. Alessandra Casarico, docente di Scienza delle Finanze alla Bocconi e firmataria dello studio ne è convinta: “La presenza di più donne nelle stanze dei bottoni migliora la qualità della politica”.

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