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Nov 19

Il futuro dell’Italia si deve scrivere adesso

Fonte: Corriere della Sera

di Venanzio Postiglione

Il traguardo più lontano è Natale, con i dubbi sul cenone e i parenti, mentre un discorso serio sul Paese del 2021 e magari del 2022 non lo fa quasi nessuno


La zona rossa diventerà arancione. E viceversa. La gialla aspetterà un po’, vedremo. Il governatore che chiude vuol restare aperto. Ma quando aprono chiederà la chiusura. Il federalismo sognato da Carlo Cattaneo due secoli fa ora si è trasformato in una macchia di colore sulla cartina: dalla questione meridionale o settentrionale alla questione cromatica. Non si vive mese per mese (avercene), ma giorno per giorno. Il traguardo più lontano è Natale, con i dubbi sul cenone, i parenti stretti e i regali, mentre un discorso serio sull’Italia del 2021 e magari anche del 2022 non lo fa nessuno. O quasi nessuno. Il futuro si scrive adesso: se solo qualcuno decidesse di farlo.
La sanità è quella della primavera ma anche di dieci e venti anni fa. Come un palazzo in zona sismica che spera solo non arrivi il terremoto perché non è stato messo in sicurezza o ricostruito ex novo. Paolo Valentino ci ha raccontato il modello tedesco (Corriere di sabato 14): la presenza capillare con i medici della porta accanto, i posti in terapia intensiva passati da 28 mila a 40 mila, i tamponi allargati e anche veloci, il localismo che ha fatto un passo indietro di fronte all’emergenza.
A volte non si sa dove pescare: qui ci sarebbe già un sistema pronto da osservare e tradurre in italiano. E non è solo perché ora siamo bastonati dalla pandemia. L’investimento sulla salute, sulla sanità, avrebbe senso per noi tutti e per le prossime generazioni, «ce lo ritroviamo» per dirla facile.
L’attuale modello si basava (e si basa) soprattutto sullo slancio e la generosità dei singoli, lo sanno anche i ragazzini e adesso sta succedendo di nuovo. Ci affidiamo ai medici, sperando sempre di trovare in corsia il dottor Rieux che illumina La Peste di Camus: «Non so quello che mi aspetta né quello che accadrà, dopo. Per il momento ci sono dei malati e bisogna guarirli». È così ogni giorno, nei nostri ospedali. Poi la tempesta passerà e prenderà forma un modello diverso: se viene immaginato, pensato, discusso, deciso, organizzato. Si tratta di guardare oltre la prima curva, epidemiologica e non solo.
Il Recovery fund non è ancora uscito dai labirinti europei, ma poi succederà: anche qui sarà meglio arrivare preparati invece che studiare la sera prima. Questione di idee, progetti, legati a risorse e scadenze. «The great reset», per citare Time: nel senso di azzerare ma soprattutto di riavviare. Il digitale non l’ha inventato la pandemia, ma lo scatto è sotto i nostri occhi: una crescita da accompagnare, seguire, sospingere. L’ambiente sarà la prateria del 2021: un bimbo delle elementari nativo ecologista e Joe Biden parlano la stessa lingua, era anche ora, il Paese ha tutte le caratteristiche per giocare la partita. La scuola ripartirà dalle scartoffie e dalle riunioni o riscoprirà i professori più bravi e appassionati. E così il turismo, il nostro turismo, che può trascorrere questi mesi in letargo o prendere la rincorsa. Se è vero che ognuno ha due patrie, e la seconda è l’Italia, avremo un mare di programmi da scrivere o riscrivere.
Chi ci sta pensando? Una task force e una cabina di regia per ogni settore? O gli attuali ministri (e i vari staff, che esistono e sono pagati dallo Stato) tireranno fuori le idee e la tenacia? Le Regioni hanno altre proposte illuminanti al di là della clausura dei settantenni? E per le prossime emergenze si tornerà al metodo che ci invidiava tutto il mondo, quello inventato da Giuseppe Zamberletti, o si ripeterà il festival del non coordinamento? L’ansia per il Natale è sacrosanta ma non può diventare il nuovo alibi nazionale: mezza apertura, un cambio di colore, potete passeggiare addirittura senza cane, il resto si vedrà.
Sarebbe anche il tempo della leadership. Nel senso di competenza, talento, fiducia, testa e cuore: al governo e all’opposizione, a Roma e nelle Regioni. Ma è un tema troppo grande per un solo articolo. L’esempio più bello, in questi giorni di tragedia, ci arriva da un signore di 92 anni, Silvio Garattini, fondatore del Mario Negri, grande scienziato. Vorrebbe fare il vaccino antinfluenzale: la Lombardia è tra le aree più ricche del mondo, chiede da anni maggiore autonomia, però non è riuscita ancora a vaccinare tutti gli anziani. Garattini potrebbe procurarsi la dose in un attimo. Ma si è rivolto al suo medico e adesso attende la chiamata. «Da cittadino voglio aspettare, come tutti, il mio turno in coda». A proposito di leadership.

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