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Lug 20

Il futuro dei moderati i centristi al bivio

Fonte: Corriere della Sera

politica

di Francesco Verderami

Il punto è che l’approssimarsi del voto referendario impone una scelta, dietro cui si nascondono i timori di ogni parlamentare per il proprio destino

Più si avvicina il referendum più le spinte centrifughe stanno scardinando le forze di governo: accade nel Pd — dove la minoranza si muove in aperta conflittualità verso Renzi — e succede soprattutto dentro Ap, un contenitore svuotato della sua funzione, se è vero che i partiti fondatori hanno assunto posizioni contrapposte sulle riforme costituzionali. Inutile inseguire la razionalità, tentare di capire com’è possibile ora per l’Udc dichiararsi per il No davanti al Paese dopo aver votato sempre per il Sì nelle Camere.

Il punto è che l’approssimarsi del voto referendario impone una scelta, dietro cui si nascondono i timori di ogni parlamentare per il proprio destino. E per quanto l’ansia dei singoli di giustificare una posizione personale disveli marchiane contraddizioni, per Ncd c’è un interrogativo politico collettivo da sciogliere, legato al futuro di un’area che tre anni fa consentì di non far naufragare la legislatura: proseguire nel rapporto con il Pd vorrebbe dire modificare il proprio dna; abiurare rispetto a quella decisione sarebbe come rinnegare se stessi.

Eppure al bivio non c’è solo Ncd, che ieri ha registrato le dimissioni del suo capogruppo al Senato Schifani. Al bivio ci sono tutte le formazioni nate dopo la morte del Pdl. C’è anche Forza Italia dove non a caso si tenta di ricostruire il Pdl, di ricomporre la diaspora berlusconiana che comprende anche fittiani e verdiniani, cioè quanti — dopo Alfano — decisero per altri motivi di lasciare il Cavaliere. Se così stanno le cose, se il governatore ligure Toti lavora al progetto, significa che nel gruppo dirigente azzurro si è preso coscienza di rimediare a un errore.

Pensare di rimettere insieme algebricamente i pezzi di quel vaso non avrebbe però senso: più che una reunion sarebbe una parata di reduci votata alla sconfitta. Anche perché le condizioni sono cambiate, la centralità che aveva il Pdl è andata persa, e la stessa Forza Italia fatica a gestire i rapporti Salvini. Gli ultimi due episodi sono eclatanti: lo «strappo» del Carroccio, che ha deciso di non partecipare al vertice dei capigruppo convocato dal governo dopo la strage di Nizza, e la presa di posizione del segretario leghista a favore dei golpisti in Turchia.

È evidente il disegno egemonico di chi mira ad assoggettare al fronte lepenista un partito del popolarismo europeo. Può darsi che Salvini non ce la faccia, può darsi che Maroni restituisca una Lega di governo, però non basta declamare il «modello Milano» come un mantra, peraltro nemmeno condiviso da tutta Forza Italia. Anche perché un conto è l’intesa per l’amministrazione di una città, altra cosa un programma di governo. Senza dimenticare che il Pdl 2.0 dovrebbe fare i conti con una diversa visione sulle riforme costituzionali tra le varie anime che dovrebbero comporlo. Ecco il motivo per cui tutti attendono il referendum, perché quel voto stabilirà i criteri di un accordo che avverrebbe comunque per annessione e non per concertazione.

Ncd deve darsi una prospettiva prima di un nome, cosicché anche il «tagliando» con Renzi sarebbe un fatto secondario. Forza Italia deve riproporsi nel ruolo di partito moderato, immune alle spinte populiste, per farsi perno di un altro centrodestra. In ogni caso servirebbe un colpo d’ala per dare un senso politico alla costruzione di un nuovo Pdl. E servirebbe Berlusconi.

Nell’attesa del domani si resta all’oggi. Con le torsioni dei centristi, che sono ormai una categoria dello spirito, incapaci di valorizzare ciò che hanno fatto. E con le preoccupazioni dei forzisti, timorosi di dover condividere ciò che resta del patrimonio, riottosi ad aggiungere posti a tavola. Anche perché di posti ne sono rimasti pochi.

L’idea che una modifica della legge elettorale possa da sola riattaccare ciò che è stato rotto, alimenta illusioni soggettive mentre si assiste a spettacoli tra il ridicolo e il grottesco. Anche nel Pd. Dev’essere per una visione ottimista delle cose se il Palazzo si mostra impermeabile agli eventi: non c’è Brexit, non c’è atto terroristico, non c’è crisi geopolitica o rischio di default bancario che ne modifichi gli atteggiamenti. Come se intorno non stia accadendo nulla, un mondo sempre più piccolo e sempre più antico, quasi non si accorge di essere minacciato dal nuovo che avanza e che preannuncia di spazzarlo definitivamente via.

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