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Ott 18

Il diritto di giudicare il nostro Paese

Fonte: Corriere della Sera

referendum-costituzionale

 

di Danilo Taino

L’argomento anti ingerenza estera è pericoloso perché dà una risposta di chiusura a un problema vero

Non sono solo fatti nostri. Il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre sarà determinato dal voto degli italiani. Non si può però pensare, o addirittura pretendere, che non interessi il resto dell’Europa e del mondo. Da qualche tempo, invece, nel discorso politico nazionale è entrata e sta prendendo piede l’argomentazione secondo la quale gli altri non se ne devono occupare.

«Dovrebbero farsi gli affari loro», ha detto due giorni fa Massimo D’Alema in televisione, riferendosi al Partito socialista europeo, all’ambasciatore americano a Roma Phillips, alle agenzie di rating, alla banca americana Jp Morgan, alla signora Merkel; colpevoli a suo parere (ma è un’inesattezza) di essersi espressi a favore del Sì. Lo stesso concetto sostenuto dall’esponente al momento più attivo nella campagna per il No circola con sempre maggiore frequenza nelle dichiarazioni del centrodestra, dei 5 Stelle, in genere degli oppositori alla modifica costituzionale. Nei dibattiti e sulla Rete. Ingerenza, si tende a dire, che non rispetta il diritto del popolo italiano di decidere per se stesso. Indipendentemente dell’essere favorevoli al Sì o al No, l’argomento è curioso e anche pericoloso.

Curioso perché chi lo sostiene in genere esprime liberamente e a pieno diritto opinioni sul voto degli altri, che si tratti delle elezioni americane per scegliere tra Hillary Clinton e Donald Trump o di quelle austriache, che si terranno lo stesso 4 dicembre, per eleggere il nuovo presidente.

Ben pochi politici, di sinistra e di destra, si sono mai astenuti dal rendere pubbliche opinioni su consultazioni destinate a influenzare la vita di un Paese rilevante a livello internazionale, che si trattasse della Grecia in questi anni di crisi o della Gran Bretagna. E il mondo della finanza analizza regolarmente gli effetti di un voto sull’economia senza che se ne debba trarre oltraggio. È evidente a tutti che la consultazione italiana influenzerà il futuro del Paese e dunque quello dell’Europa e di conseguenza più di un equilibrio internazionale, oltre che i mercati finanziari notoriamente globalizzati.

L’argomentazione che questa volta è diverso perché il referendum riguarda la modifica della Costituzione e quindi una questione intimamente italiana, in realtà, vale a rovescio. Il referendum sulla Brexit non era meno rilevante per l’anima e per l’economia dei britannici di quanto lo sia la consultazione italiana; ma, proprio per la sua portata e per le conseguenze che si trascinava, prima del voto si sono espressi leader europei, americani, cinesi e le banche di tutto il mondo. Un discorso simile vale per l’Italia e la sua Costituzione: chi pensa — nel giusto o meno — che un risultato o l’altro sia importante per la stabilità dell’Europa ha tutti i diritti di esprimere la propria opinione, fatto salvo il rispetto del risultato che sarà deciso solo dagli italiani (Angela Merkel si è augurata stabilità per l’Italia, non la vittoria del Sì).

L’argomento anti ingerenza estera è anche pericoloso perché dà una risposta di chiusura a un problema vero. Negli anni scorsi, praticamente tutta la politica italiana ha sostenuto l’importanza del «vincolo esterno», cioè del dovere rispettare una serie di regole e di comportamenti decisi in Europa che altrimenti difficilmente avremmo praticato, virtù importate si diceva. Oggi questa impostazione è sotto critica da parte di chi — non pochi — sente l’Unione Europea ostile, poco democratica. La risposta a questo disagio comprensibile dovrebbe stare nella capacità di portare argomenti a Bruxelles e di accettare le sfide che le crisi molteplici della Ue impongono. Al contrario, usare argomenti un po’ nazionalisti e un po’ opportunisti oggi significa rinunciare a essere responsabili, coinvolti nel destino dell’Europa. Certo che votiamo noi. Ma è anche certo che sono anche fatti loro.

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