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Ott 11

Il declino degli Stati europei

Fonte: Corriere della Sera

di Ernesto Galli della Loggia

L’impressione è che sia in incubazione una rottura storica: si è messo in moto dal di dentro un sistema di erosione dell’intero sistema della sovranità


Quelli che sto per citare sono certamente fenomeni di natura nuova e assai diversa tra di loro. Ma le grandi rotture storiche nascono per l’appunto così: da una molteplicità di cause quasi sempre nuove, all’apparenza slegate, che a un tratto per qualche ragione si sommano convergendo verso un solo risultato. Ora, ho l’impressione che qui in Europa — in particolare nella sua parte occidentale — proprio una cosa del genere potrebbe forse oggi essere in incubazione: una rottura storica. Una rottura che va producendosi sotto i nostri occhi ma senza che noi ce ne rendiamo conto.
i tratta solo di un’impressione, come ho detto, suffragata da null’altro cheda indizi, e alla quale concorre di certo in misura notevole l’atmosfera che si respira intorno a noi: un’atmosfera di declino, di sfilacciamento, dove si mischiano assenza di prospettive individuali e pubbliche, vincoli sociali non più accettati né riconosciuti, classi dirigenti incolte e inconsapevoli del proprio ufficio, ceti sociali privi d’identità — il tutto all’insegna di una crescente inquietudine destinata a rafforzarsi se si pone mente, per l’appunto, ai fenomeni di cui dicevo all’inizio.
Innanzi tutto alla diffusa presenza in molti Paesi di combattive minoranze più o meno «nazionali» che ambiscono a staccarsi dallo Stato di cui finora facevano parte per costituirne un altro per conto loro. Non si tratta solo della Catalogna, come si sa.
Un po’ dappertutto nell’Europa occidentale — dai Paesi Baschi, alla Bretagna e alla Corsica, al Fronte fiammingo in Belgio, alla Scozia, alle Isole Far Øer in Danimarca, fino al più casereccio autonomismo leghista di casa nostra — sono sorti e prosperano movimenti del genere, mentre si nota un diffuso appannarsi del senso di appartenenza allo Stato unitario tradizionale. Gli antichi cementi ideali di questo si sono un po’ dovunque grandemente indeboliti, e così un po’ dovunque gli effetti della globalizzazione, uniti a quelli della crisi economica e alla liquefazione della Ue, stanno producendo un rilancio in chiave difensiva della dimensione locale subnazionale. La quale, rispetto al sentimento difensivo su scala nazionale — facilmente risucchiato a destra verso lidi identitari reazionari — ha il vantaggio di potersi presentare con sembianze comunitario-democratiche, e dunque di apparire molto più accettabile.
Ma su una siffatta statualità europea, già indebolita dall’autonomismo e dal localismo, nonché corrosa da una crescente perdita di legittimità (e che probabilmente lo sarà sempre di più in futuro), si stanno rovesciando gli effetti di due fenomeni nuovi, uno più inquietante dell’altro perché minacciano di inquinare surrettiziamente il meccanismo del consenso elettorale.
Il primo è rappresentato dal lavorio sotterraneo ma non troppo a cui sembra dedicarsi ormai come prassi la Russia di Putin, al fine di orientare secondo i propri interessi la vita politica interna dei Paesi che essa giudica di suo «interesse». Un lavorio che ha avuto una prima clamorosa (e parrebbe ormai accertata) manifestazione nell’hackeraggio dei sistemi informatici messo in opera durante le elezioni americane dello scorso anno. Ma che molti elementi portano a credere che possa più o meno ripetersi o essere permanentemente all’opera in un certo numero di situazioni chiave, avvalendosi anche di altri e, diciamo così, più semplici e convincenti strumenti. La recentissima nomina dell’ex cancelliere tedesco Schröder a presidente di Rosneft (il maggiore produttore russo di petrolio), dopo la sua virtuale messa a libro paga del Cremlino già da anni, dà un’idea dei metodi spregiudicati che Putin è disposto a usare per estendere e consolidare l’influenza russa. E che è difficile pensare usi solo in Germania.
Su una linea analoga, mirante per così dire a «lavorare» dal di dentro gli equilibri della vita pubblica e politica europeo-occidentale, molti indizi indicano che si stia muovendo anche una parte del mondo arabo. Agendo su molti tavoli, avvalendosi anch’essi delle proprie enormi disponibilità finanziarie nonché di apposite «Fondazioni», spesso dall’esibito fine «caritatevole» e «non profit», alcuni Paesi islamici inquadrano e organizzano i fedeli delle comunità emigrate in Europa, incamerano quote massicce di partecipazioni industriali e finanziarie, acquistano immobili , catene di magazzini, grandi alberghi e interi isolati delle città del continente. C’è bisogno di sottolineare come, anche senza pensare a usi esplicitamente corruttori di una tale influenza economica, essa tuttavia rappresenti/possa rappresentare in quanto tale un formidabile strumento di pressione dai mille possibili risvolti?
Infine, in modo analogo specialmente in ambito economico si muove nella misura che sappiamo anche la Cina, la quale «per esempio» ha già messo gli occhi, e in qualche caso anche le mani, su quel delicatissimo ganglio del sistema europeo degli approvvigionamenti di materie prime che sono i porti del continente.
Da tutto quanto ho appena detto è difficile evitare di trarre due conclusioni, perlomeno indiziarie. La prima è che sulle società dell’Europa occidentale, in specie sulla loro vita pubblica, sta cominciando a gravare l’ipoteca di un potenziale, ambiguo condizionamento esterno sempre più vario e penetrante. La seconda concomitante conclusione è che nella stessa area si è messo in moto — in parte consapevolmente voluto, in parte no — un processo di erosione dal di dentro dell’intero sistema della sovranità, e dunque un progressivo indebolimento della statualità. Gli Stati di questa parte del continente, insomma — ricchi oltre ogni misura di tutto: di saperi, di agi, di fortune di ogni genere, di una qualità di vita eccezionale, quanto poveri però di un particolare spirito combattivo — danno la crescente impressione di costituire compagini fragilissime con cui gli stessi loro cittadini s’identificano ben poco, e dunque alla fin fine accaparrabili da chiunque disponga di decisione e mezzi nella misura necessaria. E magari sappia anche condurre le cose in maniera non traumatica.
Non si tratta di alcuna «guerra di civiltà» sia chiaro, è tutta un’altra faccenda. È semplicemente un problema di «pieno» e di «vuoto», di un «pieno» che tende a riempire un «vuoto». Nessuna «guerra di civiltà», dicevo. Ma a proposito di «pieno» e di «vuoto» è impossibile non considerare che mentre dietro il «pieno» si stagliano i profili di due grandi tradizioni teologico-politiche — quella dell’ortodossia russa della Terza Roma da un lato, e quella dell’ Islam dall’altro — dietro il «vuoto», invece, c’è solo la progressiva evanescenza della coscienza cristiana dell’Occidente europeo.

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