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Gen 11

Il corto circuito europeo tra politica e diritti umani

Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

Non è vero che in Iran sia tornata la piena normalità, come assicurano i capi dei Pasdaràn. Le organizzazioni umanitarie segnalano centinaia di arresti basati su sospetti e delazioni, qualche coraggioso scende ancora in piazza, e i conservatori, superato il timore di andarci di mezzo, sono ripartiti all’assalto del governo riformatore di Hassan Rouhani.
Fuori dai confini della Repubblica islamica, poi, la questione iraniana è al centro dell’attenzione in Europa come a Washington. La Ue è sul banco degli imputati come troppo spesso le accade, perché ha reagito tardi e con misura alla repressione poliziesca che ha schiacciato le proteste facendo almeno 23 morti. Sarebbe andata molto peggio, risponde Bruxelles, se nelle ore più gravi l’Europa non avesse discretamente raccomandato moderazione alle autorità di Teheran. Può darsi, ma la tesi difensiva non coglie il punto centrale dell’accusa. L’Europa è lenta quando serve essere tempestivi, vuole avere il consenso di ventotto diverse capitali prima di esprimersi, e i governi nazionali restano spesso alla finestra in attesa che Bruxelles dica la sua. L’intreccio tra burocrazia ed eccessiva prudenza finisce così per diffondere sulla scena internazionale un messaggio di indecisione, di debolezza, persino di pavidità.
Errore grave, che nel caso della repressione iraniana è diventato strategico. Perché se vuole essere credibile e rispettata nella sua politica di forte sostegno all’accordo nucleare con Teheran (che Trump vuole invece affondare), l’Europa deve dimostrare che altrettanta energia viene dedicata alla difesa dei propri valori. A ciò serviva l’immediata, pubblica e dura scomunica dell’uso della forza contro i dimostranti. Il troppo silenzio (anche da parte dei singoli governi europei) ha invece offerto il fianco alle critiche di Washington, e questo proprio nel momento in cui Donald Trump deve decidere se reintrodurre o meno le sanzioni economiche contro Teheran. L’Europa distratta rischia di essersi sparata sui piedi, dopo aver lungamente tentato di convincere Trump a non decretare nuove misure punitive che di fatto silurerebbero l’accordo nucleare e potrebbero spingere l’Iran a riprendere i suoi programmi atomici. Questa volta di nascosto da tutti.
Il cortocircuito tra politica e diritti umani non è peraltro una novità, per l’Europa e per l’intero Occidente. Si pensi ai rapporti con la Cina, preziosi per tutti, addirittura necessari per la crescita globale, ma oscurati da ben note violazioni dei diritti civili da parte delle autorità di Pechino. Quando la posta è troppo alta il pragmatismo politico impone il silenzio, o almeno una impenetrabile discrezione, e così le polemiche con Xi Jinping, semmai, riguardano i commerci, la gestione monetaria o la Corea del Nord. La denuncia non è obbligatoria, e si può anche sceglierla seguendo le proprie convenienze: il Trump che si è indignato per gli iraniani repressi e uccisi ha forse detto una sola parola contro le stragi di civili compiute dai suoi clienti sauditi nello Yemen (senza dimenticare che le bombe, secondo il New York Times, venivano anche dalla Sardegna)?
Sul fronte europeo si è visto un lungo tira e molla con la Turchia, Paese alleato nel quale si viene facilmente arrestati per le proprie opinioni. La verità la conosciamo tutti: la prudenza è necessaria perché la Turchia, in cambio di molti soldi, fa da argine ai migranti siriani che vorrebbero andare in Germania. E ben venga la franchezza di Emmanuel Macron, che ricevendo Erdogan a Parigi nei giorni scorsi ha finalmente rifiutato l’ipocrisia regnante comunicando all’uomo forte di Ankara che non esistono le condizioni per un ingresso turco nella Ue.
In Libia, invece, non si è ancora parlato chiaro. Lo scandaloso contrabbando umano che quando va bene scarica moltitudini di diseredati sulle coste italiane è diminuito di un terzo nel 2017, un dato positivo soprattutto in tempi di campagna elettorale. Ed è anche vero che il clamore sollevato dalla Cnn con un servizio sull’atroce trattamento inflitto ai migranti dalle milizie libiche (quelle presunte amiche, in Tripolitania) si riferiva in realtà a circostanze da tempo note, anche all’Onu. Ma questo non assolve l’Italia, l’Europa, l’intera comunità internazionale. Mentre fatica a prendere forma una diversa politica europea sui rifugiati e si predispongono investimenti in Africa che richiederanno molto tempo per funzionare, resta inevasa la necessità di riportare la Libia e i suoi molteplici centri di potere tra i Paesi civili che non riducono gli uomini in schiavitù e non ne fanno commercio. Ora le Ong italiane potranno ispezionare i centri di detenzione «ufficiali» , ma non è lì che vengono commessi autentici crimini contro l’umanità. Il passo più costruttivo, in attesa di vedere se nel 2018 si potrà votare e con quali risultati, è stato compiuto dal governo Gentiloni quando ha deciso di trasferire cinquecento militari dall’Iraq al Niger. Per dissuadere i migranti dall’attraversare il Sahel e dall’entrare in Libia rincorrendo il miraggio Italia, e per diminuire la pressione nel tuttora minaccioso «serbatoio umano» che ci guarda e ci desidera dall’altra parte del Mediterraneo. Eppure una buona fetta della politica italiana, nella foga preelettorale, non ha capito che andare in Niger era un cruciale interesse nazionale dell’Italia.
La politica estera europea, come abbiamo già rilevato su queste colonne, sta crescendo anche grazie alla Brexit e a Trump. Ora si può costruire la difesa comune. E la Ue, o gran parte di essa, ha scoperto di saper dire «no» alla Casa Bianca su molte cose, dall’ambiente a Gerusalemme, passando appunto per l’Iran. Ma difendere i propri interessi significa saper affrontare le situazioni più spinose, Libia in testa. E significa rifiutare i compromessi al ribasso nella difesa dei diritti civili. Altrimenti una stagione internazionale difficile ma piena di occasioni passerà senza lasciare traccia.

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