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Dic 27

Il coraggio che serve all’Europa

Fonte: Corriere della Sera

di Sabino Cassese

La commissione europea ha tenuto in vita un dialogo nel quale ha spiegato al governo polacco dove sbagliava. Ora, ha iniziato una pesante procedura, prevista dal Trattato, che conduce alla constatazione di un evidente rischio di violazione grave dei valori comuni


L’Unione Europea, la più ingegnosa costruzione politica del XX secolo, con la decisione della Commissione del 20 dicembre scorso, ha ricordato alla Polonia che deve rispettare i valori comuni. È la prima volta che accade e l’evento merita una riflessione. Vediamo, innanzitutto, dove sta la questione che oppone la Polonia all’Unione. Quest’ultima, nel suo Trattato, ha scritto che dignità umana, libertà, democrazia, eguaglianza, Stato di diritto, diritti umani, sono fondamento della comunità sovranazionale europea. Ed ha ancorato saldamente tali valori a principi sopranazionali, ma anche alle tradizioni costituzionali comuni, alla storia comune degli Stati europei. La Polonia, invece, è andata per altra strada: ha approvato 13 leggi che prevedono interferenze sistematiche dei poteri legislativo ed esecutivo nella composizione di tutte le corti giudiziarie, nella loro amministrazione e nel loro funzionamento.
La Commissione europea non ha assistito in silenzio: per due anni ha tenuto in vita un dialogo nel quale ha spiegato al governo polacco dove sbagliava: ha adottato una «opinione» e approvato tre «raccomandazioni», seguite ora da una quarta. Ha scambiato 25 lettere con le autorità polacche e ha fatto riunioni con loro. Ha seguito, in altre parole, una procedura preventiva di avviso e messa in mora. Ora, dopo l’insuccesso di questa procedura, ha iniziato una più pesante procedura, prevista dal Trattato, che conduce alla constatazione di un evidente rischio di violazione grave dei valori comuni e potrebbe essere seguita da procedure sanzionatorie consistenti nella soppressione di alcuni diritti derivanti alla Polonia dalla appartenenza all’Unione (ad esempio, privazione del diritto di voto). La Commissione europea, nell’iniziare per la prima volta questa ultima procedura, ha notato che il rispetto di alcune regole di base comuni è problema che riguarda tutti i Paesi dell’Unione, la fiducia reciproca, il funzionamento del mercato unico, la cooperazione negli affari interni e in quelli giudiziari, il riconoscimento reciproco, il mandato d’arresto europeo.
La procedura deve ora andare avanti con tutte le cautele previste dal Trattato (in particolare, audizione della Polonia, deliberazione del Consiglio e approvazione del Parlamento europeo). Essa rappresenta tuttavia un grande passo avanti. Per la prima volta, quella che veniva in passato ritenuta una interferenza di altre autorità e di altri Stati negli affari interni di uno Stato sovrano assume un significato interamente diverso. L’Unione Europea prende il ruolo di guardiano del rispetto delle regole comuni in aree prima lasciate alle leggi dei singoli Stati (libertà, democrazia, indipendenza dei giudici). I singoli governi, di converso, non debbono rispondere solo ai popoli che li hanno eletti, ma anche a una «assemblea di condominio», che fa valere regole comuni (i valori elencati nell’articolo 2 del Trattato). Ha avuto ragione quel grande giurista che è Guido Calabresi, quando ha osservato, qualche anno fa, che l’Unione Europea è per certi versi più unita degli Stati Uniti (che molti invece invocano come modello da seguire), proprio per la comunanza di alcuni valori. Calabresi prendeva ad esempio il rifiuto della pena capitale, che oppone ancora oggi alcuni Stati americani ad altri, mentre tutti gli Stati dell’Unione sono compatti nel vietare la pena di morte.
Quest’Europa, insomma, di cui ci lamentiamo ogni giorno, ci ha dato non solo mezzo secolo di pace (lo si consideri a paragone con le decine di milioni di morti e le distruzioni della metà secolo precedente), ma anche una costruzione capace di prudenza e coraggio, la prudenza con la quale una tenacissima Commissione ha dialogato per un biennio con l’orgogliosa e illiberale Polonia e il coraggio con il quale la Commissione ha ora rotto gli indugi e messo sotto accusa Varsavia.

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