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Giu 26

Il baricentro da ricostruire nella crisi delle democrazie

Fonte: Corriere della Sera

di Mauro Magatti

Su fronti opposti, Trump e Macron sono chiamati a cercare un nuovo fulcro attorno a cui far ruotare le dinamiche socioeconomiche nei prossimi anni

Riferita all’asse spaziale destra-sinistra, l’idea di «centro politico» — usata per indicare una posizione di mero compromesso incapace di prendere posizione sulle questioni politiche più divaricanti — ha col tempo assunto un’accezione negativa. In una prospettiva temporale, il centro — inteso come «baricentro», cioè come perno su cui la democrazia si ristruttura per rispondere al mutare delle condizioni storiche — assume però un significato diverso, sul quale è bene riflettere con più attenzione. Si pensi a quanto avvenne all’inizio degli anni ‘80: cambiando i riferimenti culturali (da un conservatorismo tradizionalista a uno basato sull’idea di scelta individuale) e istituzionali (da un’idea keynesiana a una friedmaniana dell’economia), Ronald Reagan e Margaret Thatcher ristrutturarono l’intero sistema politico: da allora (e fino ad oggi), sia destra che sinistra (si pensi a Blair o Clinton) hanno ruotato attorno al (bari)centro neoliberista.

Ci sono molti segnali, alcuni dei quali addirittura clamorosi, che suggeriscono che i sistemi politici contemporanei siano alla ricerca di un nuovo baricentro. Non si può, per esempio, non essere impressionati dal fatto che due Paesi del calibro di Stati Uniti e Francia abbiano oggi due presidenti eletti, di fatto, contro i partiti tradizionali. Senza contare che qualcosa di simile era avvenuto anche in Italia, nel momento dell’ascesa di Renzi. Per tutti, il segreto del successo è stata la capacità di presentarsi come «uomini nuovi», «contro» il ceto politico «incapace e corrotto». Un passo necessario per convincere gli elettori della bontà della loro proposta. Ma un passo anche azzardato che di fatto spinge le democrazie contemporanee a una rischiosa esposizione su due versanti tanto importanti quanto delicati.

Il primo è la verticalizzazione sempre più spinta della leadership, effetto della crisi sempre più grave della mediazione partitica. Con queste ultime vicende, il «partito personale» — ormai diffuso anche in occidente come ultima spiaggia per rincorrere l’araba fenice di un cambiamento che non arriva — raggiunge livelli mai toccati in passato. Nel quadro della crisi delle democrazie contemporanee, questo arrocco può essere visto come un passaggio necessario per il sospirato rilancio. Ma nessuno sa a cosa porterà un ricambio tanto repentino — basato su una cambiale quasi in bianco: un effettivo cambiamento? La nascita di una nuova forma partito? Una maggiore efficacia decisionale? O se invece una tale verticalizzazione costituisca solo l’anticamera di una crisi più grave. Come sappiamo bene in Italia, dove il fallimento del referendum ha fermato la spinta di Renzi gettando il Paese in una situazione ancora più caotica.

Il secondo versante riguarda la capacità di dare soddisfazione alla diffusa domanda di cambiamento. Trump e Macron hanno concretamente tra le mani la possibilità di segnare lo sviluppo dei prossimi anni, gettando le basi di un nuovo baricentro politico. Il primo (mettendo per un attimo da parte la furibonda lotta di potere che si gioca attorno al Russiagate) provando a ridisegnare i confini della destra facendo convergere interessi economici, classi sociali, identità culturali e religiose attorno ad una nuova idea di nazione. La direzione di fondo è qui quella di invertire la dinamica della globalizzazione, governando con più decisione i confini nazionali e le relazioni internazionali. Con il rischio di avviare, più o meno consapevolmente, una stagione di tensioni e contrapposizioni (interne ed esterne) anche molto forti.

Macron, dal canto suo, si candida a lanciare una nuova visione dello sviluppo nel solco della sinistra riformista. La sua ambizione è quella di prospettare una uscita dalla crisi secondo quel modello sostenibile e inclusivo di cui parlano oggi Ocse e Fmi. Ma non è affatto detto che la sua intenzione riesca a tradursi in fatti concreti: il rischio per Macron è di limitarsi a qualche aggiustamento di facciata, replicando di fatto le politiche degli ultimi anni che sono alla base del diffuso malcontento.

Così, su fronti opposti, Trump e Macron sono chiamati a cercare di interpretare la crisi di questi anni trovando un nuovo fulcro attorno a cui far ruotare le dinamiche socioeconomiche dei prossimi anni. Ma è ancora troppo presto per sapere se l’impresa di uno dei due avrà successo. Che sia l’uno o l’altro, si deve però sperare che un nuovo baricentro sia rapidamente ricostruito: con partiti ormai inesistenti, un’eventuale frustrazione della aspettativa di cambiamento potrebbe avere contraccolpi molto pesanti. Ce la faremo?

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