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Apr 19

I torti, le debolezze e l’ambigua tregua in Libia

Fonte: Corriere della Sera

di Paolo Mieli

La crisi conferma che il sostegno dell’Onu conta poco. In ogni caso meno dell’appoggio ad Haftar di Egitto, Arabia Saudita, Emirati, Francia e sullo sfondo la Russia


La parola «tregua» sembra essere la più adatta ad affrontare momenti di tensione come quelli prodottisi con l’attacco a Tripoli del generale Haftar iniziato nella notte tra il 3 e il 4 aprile. Ma è solo apparenza. In realtà il termine «tregua» contiene qualcosa di ambiguo, ambiguità che indebolisce la prospettiva di una pur momentanea pacificazione. Prima di tutto perché accantona la distinzione tra aggressori (Khalifa Haftar) e aggrediti (Fayez Al Sarraj). Poi perché trascura il fatto che Sarraj, alla guida di un «governo di salvezza nazionale» riconosciuto dalle Nazioni Unite, può vantare titoli di legittimità del tutto sconosciuti ad Haftar. Infine perché la richiesta di un «cessate il fuoco» sorvola sulla circostanza che quindici giorni fa le truppe dell’Esercito nazionale libico hanno percorso mille e cinquecento chilometri per portarsi alla periferia di Tripoli da dove hanno iniziato a cannoneggiare la capitale. Sicché queste milizie hanno occupato un’area assai vasta del Paese, area che — lo sappiamo fin d’ora — in caso di sospensione delle ostilità, non verrebbe certo restituita, o comunque non del tutto, al regime aggredito.
L’attuale crisi libica conferma poi che il sostegno delle Nazioni Unite conta assai poco. In ogni caso meno dell’appoggio dato ad Haftar da Egitto, Arabia Saudita, Emirati, Francia e sullo sfondo la Russia di Putin. Ancora una volta si ha la prova del fatto che le decisioni prese nel palazzo di vetro valgono solo nel caso in cui, sotto le bandiere dell’Onu, siano disponibili a mobilitarsi le truppe americane. Qualora invece gli Stati Uniti rinuncino a costituirsi in braccio armato delle Nazioni Unite, l’organizzazione preposta alla difesa della pace mondiale è del tutto ininfluente. Anzi dannosa dal momento che è proprio in frangenti come questo che si scopre quanto sia incosciente che le Nazioni Unite abbiano incoraggiato regimi come quello di Sarraj a compiere passi arditi nella rassicurante ma ingannevole prospettiva che, in caso di bisogno, qualcuno si sarebbe mosso in loro soccorso. E quanto le stesse Nazioni Unite abbiano offerto a Paesi come il nostro l’altrettanto erronea sensazione che sotto le bandiere della legittimità internazionale fosse possibile aiutare qualche leader arabo a costruire uno stabile futuro. Avessimo saputo che questo futuro si sarebbe risolto in una lunga e defatigante trattativa con Haftar e che al termine di questa trattativa avremmo dovuto assistere impotenti ad un’aggressione al governo legittimo, forse non ci saremmo imbarcati nell’«avventura di pace» che ha avuto inizio con l’apertura della prima ambasciata a Tripoli.
Inutile aggiungere che anche l’ Europa è alle solite: l’indisponibilità a muoversi sul terreno militare in ragione dei veto più o meno espliciti di qualche Paese (in questo caso, la Francia) dà prova dell’inesistenza politica del nostro continente a fronte di una qualche crisi. Al cospetto di tali difficoltà avrebbe valore solo la parola di potenze che al momento opportuno siano in grado di disporre della forza sullo scacchiere che sta per essere travolto. Chi invece può al massimo offrire una propria città come sede per i colloqui di pace dà soltanto prova della propria ininfluenza. Patetica ininfluenza: le proposte di chi è costretto ad essere equidistante tra i contendenti — in questo caso l’asse sunnita tra Haftar, al Sisi, re Salman da una parte e dall’altra Sarraj con il turco Erdogan e l’emiro del Qatar Hamad Al-Thani — di chi non è capace di prendere iniziative anche in situazioni come questa in cui è evidente da quale parte siano le ragioni e da quale i torti, può solo produrre iniziative che valgono meno di niente. E le soluzioni che prima o poi verranno trovate — ammesso che ci si riesca — saranno per loro natura instabili e portatrici di nuovi squilibri.
Tanto più se — come in questo caso — i vari soggetti europei nelle prime ore, anzi nei primi giorni dell’aggressione sono rimaste a guardare dando l’impressione di volersi regolare in un modo o nell’altro a seconda che il colpo di mano dell’uomo della Cirenaica avesse o meno avuto successo. Se la legge internazionale era ( come era ) dalla parte di Sarraj, avremmo dovuto stare al suo fianco anche nel caso fosse stato sconfitto. Può essere, infine, esagerata la cifra quantificata dal vicepresidente del Consiglio di Tripoli Ahmed Maitig e dallo stesso Sarraj di ottocentomila profughi che — in conseguenza del conflitto — da un momento all’altro potrebbero imbarcarsi dalle coste libiche alla volta dell’Italia. Ma fossero anche soltanto una minima parte dei ventiquattromila sfollati di questi giorni o dei quattrocento prigionieri dell’Isis detenuti nelle carceri di Tripoli e Misurata ai quali il caos potrebbe offrire qualche opportunità di evasione, avremmo ampiamente di che preoccuparci. E non sarà certo l’inadeguato dibattito sulla chiusura dei porti italiani a offrirci motivi di rassicurazione.

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