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Nov 21

I rischi e i paradossi della battaglia anti-Europa

Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

La scelta del governo di «non arretrare» a Bruxelles sulla legge finanziaria potrebbe essere suicida quando dal voto Ue uscirà un gran bisogno di pragmatismo e compromessi


Il governo della Lega e dei Cinque Stelle, decidendo di «non arretrare di un millimetro» nella controversia con Bruxelles sulla nostra fantasiosa legge finanziaria, ha probabilmente voluto salvare la faccia davanti ai suoi elettori e svuotare in anticipo la risposta della Commissione. Tattica comprensibile, nel breve termine. Ma suicida o quasi tra appena sei mesi, quando dalle urne delle elezioni europee sarà uscito un gran bisogno di pragmatismo e di compromessi, non di polemiche incendiarie e di alzate di scudi.
È certamente troppo presto per prevedere con esattezza, nel gran subbuglio europeo, l’esito di un appuntamento elettorale che mai prima aveva assunto, come stavolta, una importanza storica. E tuttavia le indicazioni cominciano a convergere, i pronostici si rafforzano e diventano già (ma non in Italia, si direbbe) oggetto di riflessione e di grandi manovre preparatorie. Il consenso, cauto ma crescente, è che i nazional-populisti non conquisteranno nel nuovo Parlamento europeo quel ruolo centrale e decisivo che è oggi del Ppe, l’ecumenico Partito popolare che tiene uniti dai democristiani tedeschi a Forza Italia e all’ungherese Orbán. L’obbiettivo sarà allora di separare il Ppe dai socialdemocratici del Pse, di rompere l’alleanza tradizionale che sin qui ha fatto la maggioranza, e di arrivare, a livello europeo, a una complessa riedizione del «modello austriaco» inventato dal cancelliere Sebastian Kurz.
Il vecchio potere resterebbe al timone ma in una diversa coalizione comprendente, in posizioni proporzionate ai risultati elettorali, i nazional-populisti. Se così davvero sarà, e le probabilità sono alte, una cosa risulta sin d’ora chiarissima e non sarà cancellata dalle molte tessere del mosaico ancora mancanti: si dovrà dialogare molto e in tutte le direzioni, si dovranno fare molti compromessi, si dovrà essere, come vuole la politica delle coalizioni, flessibili e credibili. Ebbene, cosa faranno i nostri due partiti governativi che oggi vogliono mostrarsi duri e puri, primi della classe contro l’Europa? Agli italiani che come gli altri popoli europei avranno appena votato scegliendo magari proprio quella loro rozza fermezza, spiegheranno davvero le virtù di compromessi mai fatti prima in sede europea, diranno davvero che «andare a letto col nemico» è cosa buona e saggia? Riconosceranno apertamente che le vagheggiate alleanze tra sovranisti sono una contraddizione in termini perché nazionalista mangia nazionalista, proprio come avviene oggi quando Salvini e Orbán parlano di immigrati o l’intero governo austriaco chiede provvedimenti contro la finanza allegra di Roma?
I giri di valzer, in Italia non sconosciuti, possono talvolta concludersi con gran capitomboli. E poi ci sono gli altri. Molte facce cambieranno, soprattutto sul finire del 2019 nella nuova Commissione. Ma non avranno memoria, queste facce nuove? Non ricorderanno che l’anno prima gli italiani disprezzavano le regole comuni, a tal punto che si erano completamente isolati? Non vorranno continuare a tenere ai margini, se le urne lo consentiranno, quei personaggi aggressivi che soltanto ora sorridono e trattano?
Se lo scenario descritto si confermerà i Salvini e i Di Maio, di questo siamo certi, avranno l’agilità propagandistica necessaria per rovesciare sul fronte interno italiano l’immagine di un grande successo (che peraltro potrebbe essere soltanto di uno dei due, in base ai giochi di appartenenza nei gruppi europei). Toccherà ai loro elettori l’onere di giudicare. Ma quel che sin d’ora preoccupa è che il fronte critico dell’Italia non è mai stato tanto compatto in Europa, e la simpatia dell’America di Trump, come si è clamorosamente visto nella conferenza di Palermo sulla Libia, non basta a bilanciarlo. Semmai a Palermo si è rivelato più utile Putin, e anche questo preoccupa. Preoccupa che Macron e Merkel, peraltro in grave crisi di consensi a casa loro, trovino ancora la forza di immaginare un Eurogruppo nel quale chi non rispetta le regole finanziarie dell’Unione si troverà escluso dall’accesso ai nuovi fondi previsti (e quel «chi» siamo soltanto noi).
Preoccupa, insomma, che la rotta scelta da Lega e Cinque Stelle, oltre a creare gravi rischi economici, oltre a seguire una tattica da tempi brevi o brevissimi con forti impronte di provincialismo, abbia una sua razionalità soltanto se si punta alla rottura totale, all’uscita dall’euro e dall’Europa. Prospettiva che i leader negano con forza recente, annunciando piuttosto la presa della Bastiglia europea («voi sarete tutti spazzati via», hanno detto in momenti di rabbia sia Salvini sia Di Maio) senza però stabilire un qualsiasi nesso logico tra l’odierno modo di far politica e quello che sarà verosimilmente necessario domani. In una Europa che è debole e divisa, sì, ma non ha ancora accettato di morire o di lasciarsi uccidere.

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