«

»

Feb 19

I programmi dei partiti sotto la lente

Fonte: Corriere della Sera

di Enrico Marro

Sono realistici? Quanto peserebbero sulle casse dello Stato? Ecco l’esame a numeri e coperture sulle proposte di tutti gli schieramenti politici


Pd: ottimismo sul debito e incertezza sui conti. Possibile ridurre l’Ires
Il programma vero e proprio del partito di Matteo Renzi si compone di 41 pagine. Una premessa, quattro capitoli e una conclusione. La versione depositata presso il ministero dell’Interno e pubblicata alla sezione «Elezioni trasparenti» ne è la sintesi (13 pagine). Le priorità del programma sono il «lavoro di qualità» e la riduzione delle tasse per le famiglie e le imprese. Ma il testo spazia dal rilancio delle opere pubbliche all’assunzione di 10 mila ricercatori, dalla riconversione ecologica delle vecchie centrali a carbone all’aumento (non quantificato) dell’indennità di accompagnamento per i non autosufficienti, dal servizio civile obbligatorio per un mese alla riproposizione del diritto alla cittadinanza per chi è nato in Italia e rispetta «le regole, i percorsi scolastici, culturali, linguistici» del nostro Paese. Si tratta di un documento discorsivo, che non quantifica con precisione né il costo delle misure né le coperture. Fact checking
Fact checking
Secondo l’estensore del programma, l’economista Tommaso Nannicini, già sottosegretario alla presidenza del governo Renzi, le misure proposte avrebbero un costo di 35 miliardi in 5 anni. Cifra contestata da altri esperti, per esempio l’ex commissario alla spending review sotto lo stesso governo Renzi, Roberto Perotti, per il quale la spesa sarebbe di almeno 56 miliardi. Tanta aleatorietà è frutto delle diverse stime che si possono fare sull’impatto che determinate misure hanno sul quadro dei conti pubblici. Per esempio, il percorso di riduzione del debito pubblico dal 132% al 100% del Pil in dieci anni proposto dal Pd appare realistico, secondo indicazioni fatte in passato anche dalla Banca d’Italia, se però l’avanzo primario (entrate meno spese al netto degli interessi sui titoli di Stato) fosse intorno al 4% del Pil e non del 2% come ipotizza il Pd, e sempre che l’inflazione aumenti fino al 2%. Fra le tante misure proposte, quella più credibile è il taglio dell’Ires dal 24 al 22% (anche se il costo non è indicato ed è stimabile in un paio di miliardi), in linea con quanto i governi guidati dal Pd hanno fatto nella legislatura conclusa tagliando l’Ires sulle imprese dal 27,5 al 24% e in linea con l’andamento imposto dalla recente riforma Trump che ha abbassato l’aliquota di prelievo sulle società al 21%. Non appare credibile invece che il governo italiano abbia la forza di imporre a Bruxelles il varo degli eurobond «fino al 5 per cento del Pil dell’eurozona per finanziare progetti su capitale umano, ricerca e infrastrutture». Le coperture contemplano una certa dose di aleatorietà: dall’obiettivo di un aumento del recupero di gettito da lotta all’evasione fino a 30 miliardi di euro l’anno al potenziamento della spending review mentre non mancherebbe il ricorso all’indebitamento, come già successo negli ultimi anni: «La diminuzione del deficit nominale avverrà a un ritmo più lento rispetto ai vincoli troppo stretti sui quali sono calcolati gli attuali obiettivi programmatici di finanza pubblica, permettendoci di liberare risorse per la crescita».

A destra: ricette senza cifre. Flat tax costosa, più credibili gli altri tagli
La coalizione formata da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia-Udc ha trovato un difficile compromesso su 10 obiettivi. La priorità è il taglio delle tasse con un’aliquota unica, la flat tax (non se ne indica però il valore) per famiglie e imprese. Il programma spazia dalla promessa della chiusura «effettiva» di Equitalia al «no alle politiche di austerità», dall’«azzeramento della povertà assoluta» al «rimpatrio di tutti i clandestini», dall’«introduzione del principio che la difesa è sempre legittima» alla «piena occupazione per i giovani», dall’«elezione diretta del capo dello Stato» all’«azzeramento della legge Fornero». Niente cifre sui costi né sulle coperture.
Fact checking
Nelle 11 pagine del programma non è presente neppure un numero. Pressoché impossibile, quindi, definirne il costo. Del resto, anche il punto qualificante, cioè la flat tax, non è quantificabile. Primo perché la proposta cui pensa FI (aliquota unica al 23%) è diversa da quella della Lega (15%), secondo perché gli stessi esperti sono giunti a valutazioni diverse. Per stare prudenti si possono riportare le parole dello stesso leader azzurro, Berlusconi, che a proposito della sua flat tax ha detto: «Il primo anno ci saranno entrate minori per circa 30 miliardi». Secondo l’economista della Lega, Armando Siri, invece, la flat tax al 15% costerebbe 63 miliardi l’anno, 48 a favore delle famiglie e 15 delle imprese. Ma poi bisogna aggiungere tutto il resto, ovviamente non quantificato nel programma: via le tasse su donazioni e successioni e il bollo sulla prima auto, «no alle tasse sui risparmi», piano di investimenti infrastrutturali e industriali per il Sud, «piano straordinario per le zone terremotate», «azzeramento della povertà assoluta» con un piano di sostegno agli indigenti, «aumento delle pensioni minime e pensioni alle mamme», «estensione delle prestazioni sanitarie», «raddoppio dell’assegno minimo per le pensioni d’invalidità», «azzeramento della legge Fornero», «piano straordinario di riqualificazione delle periferie», «asili nido gratuiti e consistenti assegni familiari», «quoziente familiare», «piano di edilizia scolastica». Fare tutto costerebbe diverse decine di miliardi all’anno (solo per la cancellazione della Fornero tra i 15 e i 20 miliardi). Credibile è la cancellazione delle tasse su donazioni e successioni che valgono circa 700 milioni l’anno. Poco credibile una flat tax dal costo di 63 miliardi l’anno, pari a 3,7 punti di Pil. Per avere un termine di paragone, il recente taglio delle tasse negli Stati Uniti, che il presidente Donald Trump ha presentato come epocale, vale in termini di minor gettito lo 0,7% del Pil americano l’anno per i prossimi dieci anni, secondo le stime della Bce. Per le coperture il centrodestra fa affidamento sulla crescita dell’economia che deriverebbe dall’abbattimento delle tasse. Nel programma non si quantifica nulla. Altre risorse, «almeno 40 miliardi», ha detto Berlusconi, arriveranno «dalla non elusione e dalla mancata evasione». Altre voci di copertura non definite sono: i condoni fiscali, il «taglio visibile agli sprechi» e dei contributi al bilancio Ue, il «no alle politiche di austerità».

M5S: 40 miliardi l’anno per le misure. Ma evitare sprechi non basta
Il programma depositato dal candidato premier dei 5 Stelle, Luigi Di Maio, è un elenco di 20 punti. Alle spalle c’è però un lungo e laborioso processo di costruzione in rete del programma: «Il primo al mondo votato online dai cittadini», si legge sul sito dei grillini. Da più di un anno, sulla piattaforma Rousseau i militanti del movimento hanno avanzato, discusso e votato le proprie proposte sui capitoli del programma che sono ben 22. Leggerli tutti richiede settimane. Elementare invece l’elenco dei 20 punti nei quali il Movimento ha condensato il programma elettorale. Se le priorità si definisco in ordine di presentazione, al primo posto troviamo il taglio di 400 leggi inutili, ma non si indica quali, al secondo «Smart nation: nuovo lavoro e lavori nuovi», al terzo il Reddito di cittadinanza. Un elenco di promesse anche in questo caso senza quantificarne il costo né indicare le coperture.
Fact checking
Nelle tre paginette con l’elenco dei 20 obiettivi programmatici del Movimento 5 Stelle non è possibile trovare il costo complessivo delle proposte. Ma molte misure sono quantificate. Di altre, inoltre, è noto il costo stimato, come per esempio il reddito di cittadinanza (spetterebbe a 9 milioni di italiani con reddito inferiore alla soglia di povertà, pari a 780 euro per un individuo) che secondo l’Istat vale 15 miliardi l’anno. Nel programma i 5 Stelle parlano esplicitamente di 2 miliardi per la riforma dei centri per l’impiego, di 50 miliardi di euro di investimenti pubblici in 5 anni nei settori strategici, di 17 miliardi annui per aiutare le famiglie con figli. Solo così siamo complessivamente a oltre 40 miliardi l’anno. Cui bisognerebbe aggiungere la spesa per le proposte non quantificate: investimenti per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, riduzione delle aliquote Irpef e niente tasse fino a 10 mila euro, «riduzione shock» del cuneo fiscale e dell’Irap per le piccole e medie imprese, 10 mila assunzioni nelle forze dell’ordine e 10 mila nelle commissioni territoriali per la gestione dei migranti, «superamento della legge Fornero», «risarcimenti ai risparmiatori truffati», «aumento delle risorse per la sanità pubblica», «incremento della spesa pubblica per l’istruzione scolastica». Credibile o forse auspicabile appare la proposta di una riforma dei centri per l’impiego per una spesa di due miliardi, considerando la scarsità di risorse che l’Italia mette su questa voce rispetto per esempio alla Germania. Poco credibile invece la previsione di realizzare sia il reddito di cittadinanza sia l’intervento a favore delle famiglie con figli per un costo complessivo annuo superiore di quasi 35 miliardi. Forse l’ottimismo dei 5 Stelle nasce dalla fiducia illimitata sulle risorse che saprebbero recuperare dove tutti gli altri hanno fallito: 50 miliardi di coperture, infatti, dovrebbe arrivare da «tagli agli sprechi e ai costi della politica: pensioni d’oro, vitalizi, privilegi, opere inutili, partecipate, spending review». Non manca la «lotta alla grande evasione fiscale». Ma in definitiva si confida in «più ricchezza grazie a maggiori investimenti in deficit», senza troppo badare ai vincoli Ue.

A sinistra indicazioni generiche. Di certo aumenterà spesa pubblica
L’impostazione del programma del partito guidato da Pietro Grasso è di tipo tradizionale: un testo di 17 pagine con una premessa e 14 capitoli. «Istruzione e ricerca: la prima cosa», questa la priorità. La scuola deve essere «realmente gratuita« e le tasse universitarie vanno abolite. Subito dopo «Il lavoro. Quello buono», con il superamento del Jobs act e il ripristino dell’articolo 18. Molto spazio al «Grande piano verde» con le maiuscole per la «riconversione ecologica dell’economia», al «welfare universale», con una profonda revisione della Fornero, alla «sanità pubblica» «superando l’attuale sistema dei ticket» e alla «pace e disarmo», tagliando le spese militari. Il testo è discorsivo, spicca la scarsità di numeri. Inutile, quindi, cercare il costo delle misure proposte e le coperture.
Fact checking
Anche nel programma di Leu è raro trovare numeri. I costi delle proposte non sono indicati, tranne che in un caso: 5 miliardi in 5 anni per finanziare investimenti nella sanità (rinnovamento tecnologico ed edilizia sanitaria). Eppure le misure che comportano un aumento della spesa pubblica non mancano: un «piano straordinario di investimenti per rimettere in piedi il Paese» con la messa in sicurezza del territorio, delle scuole, degli ospedali e così via; assunzione di giovani nella Pa; investimenti per arrivare al 100% fonti energetiche rinnovabili entro il 2050; riduzione non meglio precisata della aliquota più bassa dell’Irpef, bilanciata da «aliquote più progressive» per chi guadagna di più; «uno strumento unico di sostegno alle famiglie, da estendere anche ai lavoratori autonomi, in modo da superare il problema dell’incapienza che riguarda circa 10 milioni di contribuenti»; «estendere il Rei, reddito di inclusione» per i poveri; un «piano sociosanitario nazionale per la non autosufficienza»; rivedere «in profondità la riforma Fornero» prevedendo tra l’altro una «nona salvaguardia» per gli esodati; abolire il superticket sulla diagnostica. Con indicazioni così generiche è difficile stimare il costo di tale programma. Un sostengo per 10 milioni di contribuenti vale, per esempio, 6 miliardi l’anno per ogni 50 euro al mese erogati. I ticket sanitari danno un gettito di circa 3 miliardi l’anno, la Fornero fa risparmiare tra i 15 e i 20 miliardi all’anno. Insomma, parliamo di interventi che tutti insieme valgono decine di miliardi l’anno. Forse la misura più credibile è l’unica non a caso quantificata: 5 miliardi per investimenti nella sanità, in 5 anni, uno l’anno. Fattibile, considerando che il Fondo sanitario vale circa 113 miliardi l’anno. La meno credibile è l’inasprimento della progressività delle aliquote Irpef: nessuno scommetterebbe sul fatto che in Parlamento si possa avere una maggioranza favorevole. Le coperture? Una sola è quantificata, ma in realtà si tratta di un auspicio: sul fronte della lotta all’evasione fiscale «recuperare in pochi anni almeno 50 miliardi». Per il resto, si propone una patrimoniale «con aliquota progressiva e minimi imponibili che lascino esenti i patrimoni inferiori alla media»; «una vera imposta sulle transazioni finanziarie (Tobin tax)» e «una vera web tax».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Puoi usare i seguenti tag ed attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>